NUOVE VERITÀ SUL PROCESSO CUCCHI

DI CLAUDIA SABA

Stefani Cucchi viene fermato dai carabinieri il 15 ottobre 2009 mentre cedeva delle bustine ad un uomo in cambio di danaro.
Portato in caserma viene trovato in possesso di 12 confezioni di hashish e disposta la custodia cautelare.
Il giorno seguente, il processo per direttissima.
In aula Cucchi mostra difficoltà a camminare e a parlare oltre a evidenti ematomi agli occhi.
Nonostante le sue precarie condizioni fisiche, il giudice decide che deve restare in custodia cautelare fino alla nuova udienza che sarà celebrata qualche settimana dopo.
Accompagnato al carcere di Regina Coeli, le condizioni di Cucchi peggiorano ancora e così viene trasportato all’ospedale Fatebenefratelli. Qui i medici svolgono tutti gli accertamanenti del caso rilasciando poi un referto per lesioni ed ecchimosi alle gambe, al viso, all’addome, un’emorragia alla vescica, al torace e due fratture alla colonna vertebrale. I medici chiedono il suo ricovero ma Cucchi, lo rifiuta.
Tradotto in carcere le sue condizioni si aggravano ulteriormente e il 22 ottobre 2009 Stefano Cucchi muore all’ospedale Sandro Pertini.
Al momento del decesso, il suo peso era di soli 37 chili.
Sulla morte di Stefano Cucchi, sono state formulate diverse ipotesi.
Si parlò di abuso di droga e condizioni fisiche precarie, già prima del suo arresto.
Il sottosegretario di Stato Carlo Giovanardi parlò della sua sieropositività, attribuendo la sua morte ad anoressia e tossicodipendenza.
La famiglia, però, non convinta delle poco probabili ipotesi da più parti sostenute, pubblicò alcune foto del giovane scattate in obitorio. Gli scatti evidenziavano i numerosi lividi, dovuti alle percosse.
Avviate le indagini, un testimone rivelò che Stefano Cucchi lo aveva messo a conoscenza di aver subito percosse, mentre Silvana Cappuccio dichiarò di aver visto personalmente gli agenti di polizia penitenziaria picchiare Cucchi.
Le indagini stabilirono che la morte era sopraggiunta per i traumi dovuti alle percosse, al digiuno, ad una inadeguata assistenza medica e ad un
emorragia alla vescica.
Le indagini rivelarono inoltre che gli agenti di polizia Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Dominici avrebbero infierito sul corpo del ragazzo con calci e pugni.
Oltre agli agenti anche i medici Aldo Fierro, Stefania Corbi e Rosita Caponnetti vennero indagati con l’accusa di aver lasciato morire Stefano Cucchi senza alcuna cura nei suoi confronti.
Il 14 novembre 2009 la procura di Roma apre un fascicolo contro tre medici dell’ospedale per il reato di omicidio colposo e contro tre agenti della penitenziaria per omicidio preterintenzionale.
Successivamente sia il reato di omicidio colposo a carico dei medici che quello di omicidio preterintenzionale contro gli agenti della penitenziaria, decadono.
Durante il primo grado di giudizio, la Corte stabilì che la mancanza di cure mediche e la grave carenza di cibo e liquidi, erano state presumibilmente la causa della morte di Cucchi.
La III Corte d’Assise di Roma condannò in primo grado i 4 quattro medici dell’Ospedale Pertini mentre gli agenti penitenziari vennero assolti per insufficienza di prove.
Nell’ottobre 2014, con sentenza della Corte d’appello di Roma, tutti gli imputati furono assolti compresi i medici condannati nel primo grado di giudizio.
La famiglia Cucchi a questo punto, ricorre in appello.
La sorella di Stefano Cucchi, Ilaria, chiede un incontro con Pignatone.
Il 3 novembre dello stesso anno, il procuratore si impegna con lei a riprendere in mano tutti gli atti dell’indagine.
Quello stesso giorno, il sindacato di Polizia penitenziaria presenta una querela contro Ilaria Cucchi.
Nel luglio 2015, la Cassazione annulla parzialmente la sentenza di appello e ordina un nuovo processo per 5 medici dell’Ospedale Pertini, precedentemente assolti.
Nel settembre dello stesso anno, la Procura della Repubblica di Roma riapre un nuovo fascicolo, incaricando per le indagini il sostituto procuratore Giovanni Musarò.
Questa volta gli agenti investigativi, si concentrano in particolare sui carabinieri che avevano effettuato l’identificazione e poi la successiva custodia in camera di sicurezza, di Stefano Cucchi.
Nel gennaio del 2017, viene chiesto il rinvio a giudizio per omicidio preterintenzionale e abuso di autorità nei confronti di tre militari; Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco, con l’accusa di aver colpito Cucchi con schiaffi, pugni e calci. Tedesco, Vincenzo Nicolardi e il maresciallo Roberto Mandolini, devono invece rispondere dell’accusa di falso e calunnia, per l’omissione nel verbale d’arresto dei nomi di Di Bernardo e D’Alessandro.
Qualche giorno fa, alla riapertura del processo davanti alla Corte d’Assise che vede i tre carabinieri Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco accusati di omicidio preterintenzionale e di abuso di autorità, la testimonianza di Luigi Laina’ colpisce e lascia sgomento chi ascolta.

“Quando ho visto Stefano la prima volta stava ‘acciaccato’, era gonfio come una zampogna, aveva ematomi sul viso e sugli zigomi, era viola, perdeva sangue da un orecchio, non parlava bene e non riusciva neanche a deglutire. Quando gli ho visto la schiena sembrava uno scheletro, un cane bastonato, roba che neanche ad Auschwitz.
Mi disse che un altro carabiniere in divisa gli disse di smettere”.
Lainà, detenuto nel carcere romano, incontrò Cucchi nella notte ‪tra il 16 e il 17 ottobre‬ 2009, nel Centro clinico del penitenziario. “Mi disse che si erano ‘divertiti’ con lui perché volevano farlo parlare, volevano sapere della provenienza della droga ma lui non parlò, non volle fare la spia. E per questo secondo me è stato un grande”.
Stefano gli aveva raccontato che nella caserma in cui venne portato dopo l’arresto, due carabinieri lo avevano picchiato violentemente e che un altro, sopraggiunto in seguito, aveva detto ai due colleghi di smetterla.
Lainà avvertì il dottore del centro clinico, Pellegrino Petillo che, viste le condizioni di Cucchi, decise di mandarlo subito in ospedale. “Noi detenuti sbagliamo e per questo paghiamo col carcere – conclude Lainà – ma nessuno ha diritto di pestarci”.
Ilaria Cucchi commenta così le parole di Lainà:
“Il racconto del testimone Lainà è drammatico dal punto di vista emotivo, rivedo anche il carattere e i modi di fare di mio fratello e soprattutto la sua sofferenza che per tanti anni è stata nascosta.
Per anni si è parlato di lesioni lievi, lui stava malissimo invece, e quel dolore è aumentato ora dopo ora fino a farlo morire. In questi anni è stato tutto astratto sembrava che mio fratello fosse morto senza una ragione, da oggi si comincia a capire cosa è effettivamente successo”.
Tra qualche giorno inizierà anche il processo d’Appello per i cinque medici dell’ospedale sotto accusa.
Il nuovo giudizio si terrà nella Corte d’assise d’appello di Roma.