GOVERNO: CHE SUCCEDE A QUESTO PUNTO

DI GIORGIO DELL’ARTI

Dichiarazione resa ieri da Matteo Salvini: «Nel rispetto di tutto e di tutti, il prossimo premier non potrà che essere indicato dal centrodestra, la coalizione che ha preso più voti e che anche ieri ha dimostrato compattezza, intelligenza e rispetto degli elettori. Noi siamo pronti, voi ci siete???».

Compatezza?
I politici devono fingere che tra il pomeriggio di venerdì, quando i leghisti mollarono Paolo Romani e si misero a votare la Bernini facendo infuribondire Berlusconi, e la mattina di sabato, quando Berlusconi piegò la testa e concordò per il voto alla Casellati, non sia successo niente. Lo stesso Berlusconi, sabato pomeriggio, rilasciò una dichiarazione in cui si diceva molto felice per come erano andate le cose, Salvini aveva tutta la sua fiducia, eccetera. Dissonavano, rispetto a queste dichiarazioni del capo (o dell’ex capo), le amare confessioni di Renato Brunetta e dello stesso Paolo Romani, assolutamente contrari al cedimento mattutino di Berlusconi. Ma tant’è: ha funzionato anche in questo caso il conflitto d’interessi alla rovescia, Berlusconi ha da tutelare le aziende e non può permettersi di uscire dall’area di governo, dove spera di poter contare ancora qualcosa. Se il divorzio da Salvini preludesse a un governo Lega-M5s e questo governo – con dentro un Salvini diventato nemico – poi facesse una legge sul sistema televisivo punitivo delle aziende Mediaset? E che dire delle eventuali nuove regole sul conflitto d’interessi? Il Cav spera sempre che il tribunale europeo gli permetta di rientrare nel gioco politico, sogna la candidatura a Palazzo Chigi e il popolo che ricomincia a votarlo. Dalle parti di Arcore si spiega la sconfitta del 4 marzo, quell’incredibile 14%, con la favola che se Berlusconi avesse potuto candidarsi premier… L’ho sentito sostenere persino da Vittorio Sgarbi. Rendersi conto di essere alla fine è dura.

Mattarella darà sul serio l’incarico a Salvini?
Se il centro-destra andrà unito al colloquio col capo dello stato (si comincia martedì prossimo) l’incarico a Salvini sarà inevitabile. La coalizione ha il 37%, il M5s il 32. Tocca per primo al centro-destra. Sono un po’ tutti scettici, ma è obbligatorio incaricare Salvini di provarci. Ieri il capo leghista ha ricordato il suo programma: «Via legge Fornero e spesometro, giù tasse e accise, taglio degli sprechi e spese inutili, riforma della scuola e della giustizia, legittima difesa, revisione dei trattati europei, rilancio dell’agricoltura e della pesca italiane, ministero per i disabili, pace fiscale fra cittadini ed Equitalia, autonomia e federalismo, espulsione dei clandestini e controllo dei confini. Noi siamo pronti, voi ci siete???». Prescindendo da qualunque valutazione di questo menu, per realizzarlo ci vorrebbe comunque una maggioranza ampia e compatta in parlamento. E al momento non c’è.

Ci sarebbe se M5s e Lega andassero al governo insieme.
Chi farebbe in questo caso il primo ministro? Nessuno dei due vuole apparire subordinato all’altro e tutti e due vogliono Palazzo Chigi. Sul reddito di cittadinanza, proposta qualificante del M5s, che gli ha fatto prendere tanti voti e a cui non può rinunciare senza perdere credibilità, ieri Giancarlo Giorgetti, braccio destro di Salvini, ha elencato tutta una serie di distinguo che lo trasformerebbero in qualcosa di completamente diverso. La vedo difficile, anche se non è impossibile: ieri Grillo ha rilasciato a Salvini una notevole patente d’affidabilità, dicendo che l’uomo è uno di quelli  che mantiene quello che promette.

Quindi, Salvini tenterà di formare un governo, e non riuscirà. Poi Mattarella si affiderà a Di Maio e non riuscirà neanche lui. A quel punto?
Dicono tutti che verrebbe scelta una personalità terza, accettata dai due leader vincitori. Mah. Un’altra ipotesi è che il M5s tenti un blitz in direzione del Pd, ridotto finora a una comparsa, per formare un governo di sinistra. Mi pare poco praticabile anche questa, almeno per ora. Renzi è deciso a mantenere il partito nell’ombra, senza lasciare l’opposizione. Certo l’elezione di Fico alla presidenza della camera è una strizzata d’occhio al reggente Martina.

E allora?
Siamo entrati nella Terza repubblica, connotata da un ritorno del bipolarismo con due forze nuove e che, per la prima volta nella storia della repubblica, si sono legittimate a vicenda. Cosa che non fecero la Dc e quelli del pentapartito con il Pci (ricambiati) e meno che mai i Pds-Ds-Pd con Berlusconi (e viceversa). Stavolta invece M5s e Lega non si demonizzano l’un l’altro. Manca solo, a completare il quadro, una legge elettorale compatibile con la nuova situazione, e cioè che dica chiaramente chi dei due debba essere considerato vincitore. Per scriverla, i due signori del 4 marzo non hanno in fondo bisogno di una personalità terza: le nuove regole elettorali possono benissimo nascere da un’iniziativa parlamentare, e se c’è un accordo politico forte essere approvate in pochi giorni. L’Europa vuole che si cavino dalle tasche degli italiani trenta miliardi, per evitare l’aumento dell’Iva e intaccare la montagna del debito pubblico. Un tipico compito da lasciare al mesto Gentiloni, che sta lì apposta per gestire l’ordinaria amministrazione e farsi crocifiggere