L’AMORE CHE NON C’E’ NEL NUOVO ROMANZO DI ANGELO ROMA

DI MONICA TRIGLIA

La recensione di Massimo Nava sul Corriere della Sera ha colpito tutti, compreso l’autore. Nel parlare de I contraccolpi (Mondadori Electa), ultimo romanzo di Angelo Roma, Nava scrive: «Pagina dopo pagina, si avvertono sensazioni, odori, profumi, emozioni che collocano I contraccolpi nel solco di Carlo Cassola, Piero Chiara, Andrea Vitali, ossia nell’affresco delle piccole e grandi vergogne della provincia italiana».

Uscito da poco più di due mesi, il libro di Angelo Roma è diventato un caso letterario di grande interesse. Oggi l’autore risponde alle domande di Alganews.it.

E’ la storia di chi potrebbe avere tutto e invece non ha niente.

«E’ un po’ l’altra faccia della medaglia di Ancora più vita, il mio precedente romanzo, nel quale si raccontava di una famiglia poverissima dal punto di vista materiale ma ricchissima di valori, di generosità umana, di voglia di aiutarsi. Sentimenti che facevano la fortuna del protagonista, un ragazzo che, nato orfano di padre, senza neanche i lacci delle scarpe, diventava un grande regista cinematografico. Ne I contraccolpi è esattamente l’opposto. C’è una famiglia borghese della provincia, nella fattispecie Bergamo ma potrebbe essere ovunque in Italia, ricchissima da un punto di denaro ma poverissima di valori, sentimenti, principi, voglia di venirsi incontro».

Marcello, il protagonista, è un bambino pieno di talenti che diventa adulto senza essere amato di un amore vero, giusto.

«Il romanzo vuol mettere in guardia sull’importanza dei genitori e di chiunque abbia un ruolo educativo, come per esempio gli insegnanti, nella formazione e nella vita di un adolescente. Bisognerebbe guardare un po’ più negli occhi i nostri figli, cercare di capire come stanno e non solo cosa fanno. Non accontentarsi degli 8 e dei 9 sulla pagella, ma chiedersi se a quegli 8 e a quei 9, a quei corsi di danza con risultati eccellenti, a quelle vittorie nei tornei di tennis e di judo, corrispondano la serenità e la spensieratezza, fondamentali a quell’età. Nel romanzo, Marcello bambino e poi adolescente esegue, quasi fosse un robot, tutti gli ordini – perché di questi si tratta – che gli vengono impartiti dalla famiglia. Da lui mai viene un “no” ma sempre un “sì va bene”. Accanto a questa adesione alle regole priva di sentimenti, accanto all’esecuzione materiale di ciò che gli viene chiesto, Marcello trattiene nei suoi occhi un disagio che cresce di ora in ora, di giorno in giorno. Sono occhi terribili i suoi, profondissimi, pieno di tormento esistenziale e di dolore. E i genitori dentro a quegli occhi non guardano».

Il senso è che tutto quello che sei stato da bambino te lo porti dentro per sempre.

«Assolutamente. Tutto si sedimenta, a volte razionalmente a volte nel nostro inconscio. Ci sono ferite che tu pensi rimarginate e che all’improvviso, quando ogni cosa sembra andare per il verso giusto, si riaprono. Tendiamo a rimuovere difficoltà e brutture che abbiamo vissuto, ma l’inconscio le ributta fuori quando meno ce lo aspettiamo. Ciò comporta il dolore che ci portiamo dentro. Che non è sempre dolore, comunque. In altri casi può essere il piacere suscitato, per esempio, dal profumo di una minestra che ricorda quella della nonna o dal primo giocattolo ritrovato in soffitta».

In questo libro c’è una grande passione per il teatro.

«Marcello ha 14 anni quando assiste a uno spettacolo di Eduardo De Filippo. Il ragazzo non sa nulla di teatro, nulla di prosa, nulla di Eduardo, ma per la prima volta in vita sua capisce che c’è qualcosa che va al di là della razionalità e del senso del dovere che gli sono stati insegnati. Capisce che c’è qualcosa che si chiama amore, che si chiama passione. Sentimenti che in quell’occasione lo spaventano, con un’emozione che gli provoca affanno. Poi l’incontro decisivo – che richiama quello tra l’insegnante dell’Attimo fuggente e l’alunno – con il professor Corti, nella sua casa di Bergamo Alta, un uomo che avrà un ascendente importante su Marcello e farà crescere e radicare in lui la passione per il teatro».

C’è anche la Puglia, che ne esce bellissima. Nelle pagine che raccontano la Puglia il lettore tira il fiato… Tra tante pagine dolorose, ritrova un po’ di pace.

«In questo caso probabilmente abbiamo a che fare con il mio inconscio. Senza averlo deciso a tavolino, quelle pagine mettono in evidenza che tipo di rapporto, di serenità, ci sia da parte mia verso la terra nella quale affondo le mie radici, dove ho trascorso la mia adolescenza che è stata, fortunatamente per me e a differenza di Marcello, molto positiva».

Essere accostato a scrittori come Carlo Cassola, Piero Chiara, Andrea Vitali è una bella responsabilità.

«Sono autori che amo, ma rispetto a forme di espressione artistica come le arti figurative o la musica, nella scrittura difficilmente ci si può ispirare ad altri fino a seguirne le tracce. Nella letteratura ci sei tu, la tua unicità. Sta al lettore trovare eventuali accostamenti. Resta che il giudizio di Massimo Nava mi ha fatto un enorme piacere».

Nel libro c’è un dolore che quasi stordisce. Come è riuscito a renderlo in un modo così intenso?

«Io amo la recitazione e il teatro e adotto nella costruzione dei personaggi letterari il metodo Stanislavskij che è quello usato da alcuni attori per interpretare i loro ruoli. E’ un metodo che ti obbliga ad andare a fondo e a sbirciare nella tua anima per trovare aspetti che collimino con l’anima del personaggio di cui scrivi. Per raccontare il dolore, quel dolore lo devi trovare dentro te stesso».

E quindi c’è dolore dentro di lei?

«Il dolore, ma anche la felicità e la spensieratezza, fanno parte delle forme caleidoscopiche dell’animo umano. Credo sia impossibile trovare un essere umano che non abbia dentro di sé il dolore. La capacità dello scrittore è comprendere dove origina ogni forma di sentimento umano e tirarlo fuori».

I contraccolpi segnano un’importante evoluzione rispetto ai precedenti romanzi Il barbiere di Ostuni e Ancora più vita. A cosa sta lavorando ora?

«I contraccolpi è il miglior libro che ho scritto da un punto di vista letterario. Ora mi sto dedicando anima e corpo a un nuovo romanzo. Una storia completamente diversa sulla liberazione da quelli che sono i vincoli che viviamo nella nostra società occidentale contemporanea. C’è un personaggio che a un certo punto dice basta perché capisce che nella vita ci sono tante cose che la quotidianità toglie… Ma ho già detto troppo! Appuntamento tra qualche tempo!».