UN PREZIOSO SAGGIO DELL’ANTROPOLOGO BRUNO BARBA SUL CALCIO BRASILIANO E NON SOLO

DI DARWIN PASTORIN

Nel 1958 il Brasile, cancellando, così, la delusione del Maracanã di dieci anni prima, una vera e propria “tragedia” popolare, conquistò in Svezia, contro i padroni di casa, la sua prima Coppa del Mondo, che ancora si chiamava Rimet.L’Italia, come accadrà in Russia per la seconda volta, non prese parte alla competizione, eliminata dall’Irlanda del Nord. Il successo della Seleção rappresentò la definitiva consacrazione di una poetica, di una estetica del calcio. Fu anche il riscatto dei mulatti, dei neri: la finta sghemba di Mané Garrincha e i palleggi volanti di Pelé cancellarono le “colpe” del portiere Moacyr Barbosa, soprattutto, e del difensore Bigode, messi alla gogna come responsabili della disfatta del ’50 contro l’Uruguay di Obdulio Varela, hombre vertical. Il loro peccato? Essere soprattutto neri.

Ma in terra svedese tutto cambiò: un analfabeta romantico (Garrincha) e un ex lustrascarpe mineiro (Pelé), accompagnati dalla classe di Nilton Santos, dall’eleganza del capitano Bellini e dalla precisione di Didi, regalarono al Brasile la bellezza e la meraviglia di essere, sempre e per sempre, principi “non bianchi” della zolla: il pallone aveva trovato i suoi artisti, i suoi frombolieri e il dribbling diventò un gesto rivoluzionario, l’immaginazione al potere prima del Maggio parigino, libertà e folgorazione. Pier Paolo Pasolini scrisse: “Se i dribbling e i goal sono i momenti individualistici-poetici del calcio, ecco quindi che il calcio brasiliano è un calcio di poesia”.

Nel 1958 avevo tre anni e vivevo a San Paolo, figlio di emigranti veneti. Ricordo (o penso di ricordare, ma ci sono – nitide – le memorie di mio padre, di mia madre e di mio fratello Lamberto) una festa infinita per quel trionfo: notti e notti e notti di interminabili balli, di follie, di stelle filanti.

E provai un senso di felicità quando scoprii, avanti nel tempo, che Mané debuttò in nazionale, a Rio contro il Cile, il 18 settembre 1955, mentre io nascevo nel capoluogo paulistano, nel quartiere Cambuci.

Quel 1958 in Brasile fu anche una stagione formidabile per la musica (Bossa Nova), per la letteratura (Jorge Amado pubblicò “Gabriela, garofano e cannella”) e per la nascita della nuova capitale, Brasilia (inaugurata nel ’60 e fortemente voluta dal presidente socialdemocratico Juscelino Kubitschek). Nel mio Palmeiras giocava, centravanti, Josè “Mazola” Altafini, che in Svezia segnò due gol ed è, oggi, uno dei miei migliori amici.

Quella indimenticabile stagione rivivrà, da metà maggio in libreria, in un impeccabile, prezioso saggio dell’antropologo Bruno Barba, esperto di “brasilianità”: “1958”, L’altra volta che non andammo ai Mondiali, Rogas edizioni.

Un saggio imperdibile, e non solo per chi ama il futébol: perché Barba ci racconta tutto il trasformarsi di un Paese da vedere, come intuì Stefen Zweig, come “Terra del futuro”; e ci porta anche in Italia, tra DC e PCI e “Volare” e un mondiale mancato. Con un ultimo, illuminante capitolo sull’importanza, a me sì cara, della narrazione calcistica, tra intellettuali, apocalittici e integrati. Dove giocano una partita in punta di penna fuoriclasse come Camus, Soriano, Saba, Arpino, Galeano…

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