VENEZUELA: LA PENA DI MORTE È IL CARCERE

DI ANTONIO NAZZARO

Una gabbia di metallo due metri e mezzo per due metri. Siamo rinchiusi in otto: ci sono io accusato di aver alzato la voce contro un poliziotto insieme ad un altro accusato dello stesso delitto, uno che ha cercato di dare fuoco alla cugina che non accettava le sue avance, con gli occhi che lanciano sguardi pieni di crack, due ragazzini che hanno rubato un telefonino, un altro che ha rifilato una coltellata a qualcun altro e altri due sorpresi a rubare in un supermercato. Per pisciare una bottiglia di “cocacola” tagliata che fa cadere la pipi in un secchio, per il resto una borsa di plastica. Gli scarafaggi danzano sul pavimento. Li conto come il passare delle ore in attesa del mattino che non sembra arrivare mai.
Due giorni fa in un commissariato di Valencia sono morti in 88: settantotto reclusi e dieci donne che erano in visita coniugale. Sembra che l’incendio sia stato provocato da una resa di conti tra bande avversarie e la polizia invece di coordinare le vie di fuga ha preferito lasciarli morire. Storie di sempre per quegli ultimi che valgono meno della pallottola che li uccide.
Iris Varela, Ministro per gli Affari Penitenziari, martedì 31 di gennaio del 2017 ha affermato che negli ultimi cinque anni 96 carceri venezuelane sono state pacificate, inaugurate e risistemate ed ha assicurato che il sistema penitenziario del paese ” è il migliore del mondo”.
Dati dell’anno 2017 offerti dall’organizzazione indipendente PROVEA (Programma Venezuelano di Educazione-Azione dei Diritti Umani) che si dedica ad analizzare la situazione dei diritti umani in Venezuela ed è riconosciuta dalle Nazioni Unite segnala:
– Marzo: i resti di 14 persone sono stati trovati in una fossa comune nel Penitenziario Generale dopo essere stato chiuso. – Aprile: uno scontro tra bande rivali provoca 12 morti e 11 feriti nel carcere Puente Ayala, nella citta di Barcellona. – Giugno: 9 morti e 12 feriti tra cui due poliziotti, a seguito di un tentativo di fuga in una prigione di Cumaná. – Agosto: una perquisizione di funzionari del Ministero dell’Interno e Giustizia scatena uno scontro che lascia almeno 37 reclusi morti e 17 funzionari feriti nel centro di detenzione di Amazonas.
La vita di strada ti insegna a scegliere con chi parlare e come quindi finisco sotto l’ala protettrice tatuata e muscolosa del compagno di cella che mi chiama al suo fianco, mi indica una reclusa in una gabbia vicina che lo guarda ed entrambi si masturbano mentre io controllo i movimenti del fuori di testa di crack e spero che non mi venga voglia di andare al bagno, scusate, mi correggo “alla borsa di plastica”. Nel mentre l’accoltellatore mi racconta che era stato solo uno scherzo e che ha graffiato il tipo finito in ospedale a farsi ricucire il graffio sul ventre. L’angelo tatuato mi chiama: sembra che piaccio a una reclusa ma mi salva il momento della preghiera. Sì, in questo inferno si prega, e da una terza cella qualcuno chiama alla preghiera. In tutte le gabbie si inginocchiano ed iniziano a recitare il Padre Nostro, penso sia stata l’unica volta che ho sperato davvero che esistesse.
Secondo i dati ufficiali le carceri venezuelane sono sovraffollate in una percentuale che varia tra il 200% fino in certi centri di detenzione al 370%. Notevole la storia del carcere di Tocorón, che secondo un’altra organizzazione OVP, che si occupa dello stato delle carceri venezuelane, vede nell’agosto del 2016 il trasferimento di tremila detenuti, la capacità del carcere è di 750 posti e contiene 10 mila reclusi. L’organizzazione segnala che l’ordine di trasferire altri reclusi nel centro è stata data dal “pran” (così si chiamano i leader delle bande armate che controllano il carcere) con l’intenzione di aumentare i guadagni dalle “tasse” che pagano i detenuti per la protezione e poter mangiare.
Sono credo le tre di notte quando arrivano 4 poliziotti armati di bastoni di ferro e aprono l’unica cella che non è una gabbia e da li escono forse 10…15 detenuti in attesa di essere portati in tribunale da almeno tre mesi. Vengono fatti mettere in ginocchio, mentre due poliziotti perquisiscono la cella dove sequestrano un insetticida e due accendini, gli altri due urlano sulle teste dei prigionieri e colpiscono le mattonelle del muro mandandole in briciole. Solo gli scarafaggi continuano il loro andare e venire, noi restiamo appesi alle sbarre ma un poliziotto ci colpisce con il manganello e ci schiacciamo contro il muro. I secchi di orina e il water-busta di plastica mandano profumi di una vita che non c’è più.
Nel mese di gennaio di quest’anno più di mille detenuti fanno lo sciopero della e fame e quasi un centinaio quello del sangue, ovvero si tagliano per protesta, questo per denunciare gli abusi delle guardie e la mancanza di cibo.
La mia notte in cella sta per finire, il mio angelo protettore mi dice: “Vedrai che ci condannano a all’obbligo di firma per almeno un anno una volta alla mese e il divieto di lasciare il Paese” e
aggiunge “Quando usciamo di qui ci andiamo a bere una birra”.
La condanna è stata di 14 mesi di firma.
La mia vita però vede ancora gli scarafaggi ballare sulla mia faccia.