GAZA IL GIORNO DOPO. SE ISRAELE OLTREPASSA I CONFINI, DOVE POTREBBE ARRIVARE

DI ALBERTO TAROZZI

Gaza, il giorno dopo la strage. Chi vive da quelle parti sostiene che sarebbe potuta andare ancor peggio. Ma questo non significa che quel peggio sia così lontano.

E’ vero che, per il momento, le Forze di difesa israeliane (IDF) non hanno scatenato bombardamenti al di là dei propri confini contro obiettivi militari palestinesi e questa è forse la ragione per cui Hamas non ha finora lanciato razzi contro Israele. Ma lo scenario pare volgere al peggio. Non soltanto anche oggi si registrano sei feriti palestinesi colpiti da cecchini israeliani, ma soprattutto si registra una dichiarazione del generale Ronen Manelis, portavoce militare israeliano, nel quale si fa sapere che, se la violenza continuerà, l’esercito è pronto a colpire i militanti anche al di là della frontiera.
Cosa sia una violenza sufficiente a giustificare le stragi lo si è già visto ieri.
Quale potrebbe essere la violenza sufficiente a giustificare una guerra aperta e un’invasione non è difficile da immaginare. Ma soprattutto ci si deve affidare al giudizio che ne verrà dato dai militari israeliani: come abbiamo visto, non sono esattamente delle colombe.

Ufficialmente la prossima manifestazione si dovrebbe svolgere il 17 aprile, “giornata del detenuto palestinese”, un nervo scoperto per tutte quelle innumerevoli famiglie palestinesi che abbiano o abbiano avuto un parente che non sia stato internato nelle carceri israeliane. Ma nulla vieta che qualcosa possa esplodere molto prima.

Si sprecano le analisi che sostengono che un inasprimento della lotta conviene ad Hamas, in difficoltà per la miseria che colpisce gli abitanti di Gaza e ai ferri corti con Abu Mazen e l’ANP, oggi per questioni amministrative (pagamenti bloccati alla burocrazia palestinese di Gaza) e domani di fronte all’atteggiamento da tenere con la proclamazione ufficiale di Gerusalemme capitale da parte degli Usa (e le relative contropartite che gli Usa potrebbero prospettare ad Abu Mazen medesimo).

Meno impegno tra gli analisti nel tentativo di scoprire come mai la linea dura stia convenendo al governo di Tel Aviv, affetta da perdurante sordità alle risoluzioni delle Nazioni Unite che definiscono occupati illegalmente dagli israeliani i territori oggetto di contesa.
Non si può peraltro dire che le stesse Nazioni Unite si sprechino, di fronte alle richieste dei palestinesi, presi a bersaglio dai cecchini, e alle proteste di paesi come l’Iran. Il fatto è però che anche il governo israeliano e in primo luogo il suo leader sono in difficoltà: non solo per accuse di corruzione, ma a causa di un contesto internazionale sempre più intricato. E’ infatti sul versante degli affari esteri, in tutta la sua estensione, che Israele potrebbe ben presto esibire la sua potenza militare. Spinta a sua volta dai sauditi a colpire quanto prima il comune nemico iraniano, Israele potrebbe abbandonare la gestione per procura dei conflitti in atto in Medio Oriente.

Non più così affidabili gli Usa, che hanno inanellato sconfitte a catena e con un presidente che ha appena annunciato il prossimo ritiro delle truppe in Siria. Ondivago il vecchio alleato turco, che pur di sterminare i curdi è pronto ad una svolta politico militare al giorno. Non ancora definito il rapporto con Mosca, che potrebbe in realtà rappresentare quanto meno un garante per Israele, ma solo nel caso che agevolasse l’ascesa al potere in Siria di un leader meno filoiraniano di Assad.

Nel dubbio non si può certo escludere che Israele stia pianificando, in prima persona, un intervento militare nell’area.
In tal caso, colpire il nemico palestinese oltre confine, non significherebbe esclusivamente un’invasione di Gaza, ma il primo passo di una riapertura su larga scala del conflitto, in primo luogo con l’Iran, che avrebbe ripercussioni catastrofiche sull’intero Medio Oriente.