LA VITA A MARDA, A NORD DELLA PALESTINA

DI MARTA ECCA

Quando ci accolsero a Marda, villaggio palestinese del distretto di Salfit, a nord di Gerusalemme, nella West Bank, ebbi chiaro il peso di un certo strangolamento politico e territoriale. Fisico.

I suoi abitanti vivono all’ombra di una collina in cui troneggia Ariel, il più grande insediamento della Cisgiordania, in nome di Sharon.
Insediamento la cui costruzione ha fatto perdere più della metà della terra agli abitanti di Marda, con conseguenti restrizioni nei movimenti e nell’utilizzo delle risorse idriche a disposizione, perlopiù destinate ad Ariel e ai suoi orti rigogliosi.
Il verde in salute da una parte, lassù dove si esercitava il controllo, e il marroncino arido dall’altra, laggiù dove il controllo lo si subiva, era evidente agli occhi.
La loro pacifica forma di resistenza agli espropri e ai soprusi prende il nome di Permacoltura, modello che consente di realizzare un’agricoltura intensiva su piccole superfici ottimizzando le poche, pochissime, risorse e l’organizzazione del lavoro.
Così, in mezzo al nulla cresce frutta e verdura.
Ricordo ancora quel rosso pomodoro, sapeva di coraggio e di vita.
La politica degli espropri è prassi tramite la quale Israele esercita una sistematica violazione dei diritti fondamentali dei palestinesi, per i quali acqua e terra rimasti sono tutto. Come lo è per noi, in fondo.

Ecco perchè il 30 marzo, il Giorno della Terra, è importante ed è vissuto con una partecipazione massiccia.
Yom al Ard non è solo commemorazione dei morti in difesa di ettari di terra espropriati ma è soprattutto rivendicazione del diritto a vivere lì dove è casa, nel rispetto dei diritti umani e non dei confini inventati a tavolino per convenienza.
E i morti e i feriti di queste ore, preventivamente annunciati dal Ministro della Difesa, chiariscono la portata del fallimento di ogni accordo di pace mai realmente voluto da chi, grazie alla prevaricazione istituzionalizzata anche se illegale, ci guadagna da una vita.

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