ADDIO A LUIGI, L’ULTIMO DEI DE FILIPPO

DI GIANFRANCO MICALI

E’ scomparso a Roma l’ultimo dei De Filippo, Luigi, figlio di Peppino e nipote di Eduardo e Titina.L’avevo intervistato per il Tirreno alcuni anni fa a Firenze e il suo è ancora il ritratto attualissimo di un nobile erede del grande teatro italiano, un attore che ci mancherà tantissimo.
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Luigi De Filippo assomiglia a certi antichi sacerdoti che credono ancora alla famiglia, al sacro fuoco del palcoscenico, all’importanza del talento e ad una Napoli che non c’è più. Forse la sua fede ha un fondamento perché passano gli anni, passano i decenni e lui ( come d’altronde suo cugino Luca, figlio di Eduardo) continua ad attirare le folle a teatro, presentando le commedie di famiglia che non invecchiano mai. Stasera alla Pergola di Firenze debutterà con “Quaranta ma non li dimostra” di Peppino e Titina De Filippo, replicata fino al sei gennaio. Queste commedie non invecchiano perché parlano d’amore, di gioiosa passione, di tiepida follia e lo fanno strizzando l’occhio al pubblico, che sorride, ed uscendo, riflette. Come noi al ripensare la sua infanzia e la sua giovinezza accanto all’arguta e irresistibile genialità di papà Peppino, di zio Eduardo e di zia Titina, i tre figli del capostipite Eduardo Scarpetta. “Sì, è stata una grande fortuna quella di nascere in una famiglia di grandi artisti, da alcuni definita come la famiglia reale del teatro italiano”, ammette lui, aggiungendo una nota polemica: “Ma allora, di fortuna ce n’era un’altra: non esisteva ancora la televisione, pessima e invasiva maestra che oggi ci indica un costume di vita assolutamente non condivisibile. “

“Ci racconta qualche aneddoto di quei tempi ?”
“Allora per me la scena del teatro era come un’altra camera di casa. Vi seguivo tanti spettacoli, un po’ tra le quinte e un po’ in platea, e faticavo a separare la finzione dalla realtà. Quando avevo cinque o sei anni, assistendo alla commedia “ L’ultimo bottone”, dove Eduardo e Peppino impersonavano due imbroglioni, vidi che alla fine venivano arrestate dalle guardie, e scoppiai in un pianto dirotto. Seduto nelle prime file, accanto a mia madre, cominciai a urlare : “Non arrestate mio padre, liberatelo… non ha fatto niente…è una brava persona… “. Ce ne volle del tempo per districarmi tra esigenze sceniche e vita vissuta … D’altronde quando io domandavo a mio padre: “Che cosa è il teatro ?”, lui mi forniva una bella definizione: “ E’ il racconto della lotta che fa l’uomo per dare un senso alla propria esistenza. Per questo sul palcoscenico si rappresentano la gelosia,l’amore, la passione per un ideale… “.Il tutto condito da una comicità coinvolgente ma riflessiva. Dietro le risate, nei lavori dei De Filippo c’è tanta amarezza e tanta scontentezza. L’umorismo nella sua parte amara, nella sua parte agra. Non sono battutacce volgari, di quelle alle quali ci ha ormai abituati la televisione. E’ una comicità di grande livello che racconta l’esistenza umana con le sue sconfitte e le sue battaglie contro le ingiustizie della vita. Il tentativo riuscito di far ridere raccontando cose serie.

“C’è qualche frase o qualche episodio particolare che lei non ha più dimenticato ?”
“No, frasi no. Sia Eduardo che Peppino erano due persone molto silenziose e molto riservate, completamente diverse da quello che potevano apparire sulla scena. I De Filippo non facevano editti particolari. Insegnavano prima di tutto con l’esempio a svolgere bene il proprio lavoro, ad essere persone perbene e artisti capaci. Ricordo che quando consegnai in lettura a mio padre la mia prima commedia, “ Storia strana su una terrazza napoletana”, aspettavo con ansia il suo giudizio. Giudizio che tardava. Ed io mi preoccupavo, ipotizzando: “Magari non l’ha letta… magari non gli è piaciuta…”.Invece un bel mattino ebbi la sorpresa di trovare sulla scrivania il mio copione, accompagnato da un biglietto: “ Caro Luigi, la tua è una bella commedia, vorrei averla scritta io. Papà”. Fu un bellissimo complimento, una specie di esame di laurea, e di questo me ne sono sempre vantato. “
“ Lei frequentava spesso anche zio Eduardo ?”

“Si, e lui con me era davvero affettuoso. Io gli portavo le prime novelle, i primi racconti, e lui mi regalava dei consigli e dei suggerimenti, ma in un caso fu lui a chiedere un’opinione. Era il 1945, ed io non avevo ancora quindici anni, quando nell’andare a trovarlo, mi trovai di fronte ad una situazione impensata. Dopo avermi accolto molto simpaticamente, disse: “Siediti. Ti voglio fare ascoltare una cosa”. Ed iniziò a recitare la commedia che aveva appena finito di scrivere. La lettura durò due ore e lui interpretò tutte le parti, sia quelle maschili che quelle femminili. Alla fine mi annunciò “: Questa commedia si intitola “ Filumena Marturano”. E io la rappresenterò nella prossima stagione teatrale . Che te ne pare ?”. Risposi naturalmente che ero entusiasta, ammirato, e che sarebbe stato un grande successo. Poi, con gli anni mi sono chiesto perché lui scelse di leggere a me quella commedia, e compresi che l’artista quando ha terminato da poco un’opera vuole una verifica immediata per constatarne l’ effetto sullo spettatore. Quella mattina capitai io che non ero un estraneo ma suo nipote, e lui volle verificare le mie reazioni. Chissà, forse mi stimava anche un po’, nonostante la giovane età…. “.

“Nel 45 Eduardo e Peppino si erano già separati, e lei era anche un esile filo, un trait d’union con il fratello. Ma perché litigarono i due fratelli ? E che accadde dopo ?”
“ Litigarono perché due galli in un pollaio non ci possono stare. Un problema artistico, ognuno aveva un suo modo di vedere il teatro che non coincideva con le idee dell’altro. Di questa separazione avvenuta nel 1944 si dispiacque enormemente il pubblico; tutti mi fermavano e mi chiedevano: “ Ma tuo padre ? Ma tuo zio ? Poi invece fu la loro fortuna artistica, perché , dopo, Eduardo costruì il suo universo napoletano con le sue belle commedie, e Peppino si confrontò con i grandi autori del teatro europeo, recitando non solo i suoi lavori teatrali ma Moliere, Goldoni, Machiavelli. Il problema fu che nel privato non si parlarono per anni… Io mi diedi tanto da fare per rappacificarli, e ci riuscii anche. Li portai varie volte a pranzo assieme, li feci parlare in tante occasioni. L’ultima, nel 1972, quando accompagnai mio padre a Napoli al teatro San Ferdinando dove Eduardo che recitava “ Napoli milionaria” fu felicissimo di questa mia iniziativa, e alla fine dello spettacolo parlò al pubblico in sala: “Hanno detto che io e mio fratello Peppino non andiamo d’accordo. Si, alle volte abbiamo avuto dei dissensi, però ci vogliamo molto bene. E la dimostrazione è che questa sera Peppino è qua con noi”. Indicò Peppino che stava in platea e che salì sul palcoscenico. I due fratelli si abbracciarono tra le ovazioni generali. Come in una commedia.. La vita è una commedia. Io fui l’artefice della riappacificazione, e ne sono ancora contento. “

“ E zia Titina com’era ? “
“Una donna molto dolce nei rapporti, anche con me, che ero suo nipote. Pure lei cercava di metter pace tra i fratelli. Nel 2008 ricorreranno i centodieci anni dalla sua nascita, e anche per questo sono felice di aver messo in scena questa commedia”Quaranta ma non li dimostra” , scritta da lei assieme a mio padre”.

“ Lei recitando prima assieme a suo padre, e poi con successo da solo, ha visto cambiare il mondo dello spettacolo. Nei suoi oltre cinquant’anni di palcoscenico, a parte i De Filippo, chi ha ammirato di più ?”
“Vittorio De Sica, la Magnani, Totò. E mi pento di non avere mai chiesto loro una foto con autografo. Non l’ho fatto semplicemente per timidezza, perché ero giovane. Ma oggi mi piacerebbe avere un ricordo di questi grandi grandissimi artisti che mi hanno e ci hanno insegnato moltissimo..”

“ Tra quelli citati, l’artista che forse ha conosciuto meglio è Totò, compagno di suo padre in tante avventure cinematografiche…”
“Io già l’ammiravo in teatro quando faceva la rivista con la Magnani, poi cominciò a recitare con mio padre, che fin dalla prima pellicola mi portò con sé, dicendogli: “Ecco mio figlio Luigi, fa anche lui l’attore, ed è felicissimo e onorato di conoscerti”. Io sapevo che tutti lo chiamavano “principe”, che lui teneva molto all’appellativo, e quindi esordii così: “Principe…”. Lui mi bloccò subito: “Tu fai di nome De Filippo e allora mi devi chiamare Totò. Non principe.”

“Se potesse spedire un messaggio nella bottiglia a suo padre, oggi che gli direbbe ?”
“ Dopo avergli manifestato tutto il mio affetto, la mia riconoscenza, la mia stima, gli scriverei: “Hai visto ? Su un punto però avevo ragione io”. Mio padre non voleva che si recitasse in napoletano,preferiva l’italiano, e su questo sbagliava. Non c’è città che regga il paragone con Napoli per la fioritura di giovani talenti nel teatro, nel cinema, nella musica. Mentre il teatro italiano è in agonia, quello napoletano è più vivo e moderno che mai.”

“Senta, perché lei ce l’ha tanto con la televisione ?”
“ Perché non propone quasi niente di istruttivo e di intelligente. Perché va a solleticare gli istinti più bassi del telespettatore. Perché attraverso i reality rende popolari persone senza talento, e fornisce pessimi esempi. La massima aspirazione di tanti giovani è di diventare veline e tronisti. Ma una nazione combinata così potrà ancora progredire ?” .