GAZA. LE PASQUE DI SANGUE

DI ANGELO D’ORSI

Il silenzio con cui la cosiddetta comunità internazionale assiste al massacro in corso sul confine di Gaza corrisponde perfettamente al silenzio dei morti ammazzati, centrati dai proiettili di infallibili tiratori di precisione dell’esercito israeliano appostati sulle colline al confine; o polverizzati addirittura da cannonate. Il silenzio di un governo “in carica per gli affari correnti”, quello retto da Gentiloni, ma che non ha perso tempo per emulare Gran Bretagna e Stati Uniti nell’espellere due diplomatici della rappresentanza russa a Roma, senza alcuna motivazione, con un gesto di mediocre opportunismo e di squallido servilismo. I fatti di Gaza, l’acquiescente disinteresse della politica, o il balbettio della comunicazione, mostrano un Paese, il nostro, senza spina dorsale, e con esso quasi l’intera Unione Europea, prona agli Usa di Donald Trump e ai suoi emissari britannici.
Gaza non è zona di guerra; lo ha sottolineato, sobriamente, B’Tselem, il Centro di informazione israeliano sui diritti umani per i Territori Occupati. Eppure i soldati dell’esercito che vanta di essere “il più morale del mondo” hanno ricevuto ordine di fare fuoco su chiunque si avvicini a meno di 300 metri dalla linea di confine, ma in realtà pare stiano interpretando in modo assai estensivo la consegna, sparando per esempio a chi vada in direzione contraria, a chi marci in parallelo, disarmato, o con un copertone di camion sotto braccio, o raccolga prezzemolo negli orti, o stia inginocchiato in preghiera. Licenza di uccidere, sic et simpliciter. L’autorità militare israeliana conferma gli ordini, in tal senso, ma precisa che i soldati sono stati “invitati” a risparmiare donne e bambini. Leggiamo sui giornali frasi come “Hamas ha organizzato la marcia per coprire i propri fallimenti”; ascoltiamo dai tg: “scontri sulla striscia di Gaza” (scontri?); “fra i manifestanti si nascondono terroristi” , raccogliendo le dichiarazioni israeliane, che intanto, vengono ribadite: “continueremo a colpire”. E, si sottolinea: “avevamo avvertito”.

In altri termini, i governanti israeliani dopo aver ristretto due milioni (almeno, ma forse sono molti di più) di esseri umani nella striscia di Gaza, bloccando ingressi e uscite, a uomini e merci; dopo aver ridotto quelle persone a una sottoumanità, la cui condizione è drasticamente peggiorata dopo i bombardamenti dell’estate 2014 (oltre 1600 morti, di cui una buona fetta bambini e ragazzini, e un numero enorme di feriti e mutilati), dopo aver fatto di quella terra una prigione, la più grande a cielo aperto sull’intero globo terracqueo, ebbene, i governanti israeliani non possono tollerare neppure che quella gente protesti, per esser stata rinchiusa in prigione, al di fuori di qualunque diritto, contro ogni legge, che non sia la legge del lupo ai danni dell’agnello. Ai palestinesi di Gaza, che patiscono indicibili sofferenze per mancanza di generi di prima necessità, che non possono avere cure adeguate, né nutrimenti sufficienti, specie per la popolazione infantile, che devono aspettare dagli israeliani, ossia da coloro che hanno distrutto il loro territorio, le loro case, la loro economia, il permesso di ricevere materiali per ricostruire, da ditte israeliane, a prezzi da loro stabiliti. Insomma, i palestinesi sono vittime al quadrato, e viene negato loro il diritto di urlare al mondo la loro rabbia, anche in modo pacifico: sono schiacciati e oppressi, ma non possono dirlo. Gli israeliani vogliono servi felici di servire, oppressi lieti di esserlo. The Big Brother è a Tel Aviv, in procinto di trasferirsi a Gerusalemme.

Davanti a questa situazione da incubo, che fa l’altra comunità, quella intellettuale? La Repubblica universale delle lettere e delle arti, come reagisce alla nuova strage degli innocenti perpetrata dagli israeliani? Solitamente chiacchierona, ora offre lo spettacolo silenzioso di chi si volta dall’altra parte; o peggio di chi prova a giustificare l’ingiustificabile, anche se non rinuncia a una tepida nota di critica verso gli israeliani, subito messa in parallelo alle “responsabilità” di Hamas, e in generale dei palestinesi. Il fatto è che, anche queste giornate di fine marzo, come tante altre in passato, ma in modo ancor più netto, mostrano la solitudine del popolo palestinese. Ormai abbandonato da due potenze regionali decisive quali Egitto e Arabia Saudita, e sostenuti a parole e in modo intermittente dalla Turchia del sultano Erdogan, quel popolo non è più rappresentato dall’ANP, organismo corrotto e spesso complice dei servizi israeliani, con un suo capo, Abu Mazen, che cerca soltanto di rimanere in sella, anguilleggiando, e leva una voce sempre più flebile soltanto davanti alle stragi, per poi subito ritornare in letargo. Il popolo palestinese, di fatto, ha solo Hamas che, con tutti gli errori che non smette di commettere, governa legittimamente a Gaza, dopo libere elezioni, e se governa male è colpa innanzi tutto della situazione, dell’embargo, e della guerra psicologica e politica, oltre che militare con gli agghiaccianti “omicidi mirati”, che viene fatta contro i suoi dirigenti, etichettati come terroristi. Ma chi è il terrorista se non uno statista sconfitto? Begin non fu forse un terrorista, forse, prima di diventare primo ministro? E furono due ebrei insospettabili come Albert Einstein e Hannah Arendt ad accusarlo nel ’48 di fascismo e terrorismo, e di aver teorizzato la superiorità razziale degli ebrei. Fu un altro leader israeliano, Rabin, a perpetrare il furto di terra del 1976, in nome del quale da allora si celebra la “giornata della terra”. Incredibilmente fu più tardi proprio Rabin insignito insieme ad Arafat del Nobel per la Pace, per gli accordi di Oslo, che Israele non ha rispettato, come non rispetta nessuna delle risoluzioni di condanna delle Nazioni Unite, forte dell’appoggio totale e incondizionato di Washington. Il fatto che venisse ucciso da un fanatico estremista israeliano, non lo qualifica come uomo di pace, ma fa capire come le pulsioni prevalenti nell’Israele degli ultimi decenni siano pulsioni terribili.

I critici-critici stanno blaterando che Hamas ha voluto questi morti, che Israele non può accettare “provocazioni”, che ha diritto di difendersi, che tutti debbono capire l’importanza della posta in gioco: la “sicurezza di Israele”. Ma quale è il timore di uno Stato con uno dei cinque eserciti più potenti del mondo? Quali rischi corre uno Stato dotato di armi termonucleari, e di altre armi di distruzione di massa (al di fuori di ogni accordo internazionale)? Uno Stato che si arroga il diritto, dopo aver privato della terra centinaia di miglia di persone, dopo averle scacciate, mentre sottopone a regime di apartheid quelle che tollera sul territorio divenuto Stato nazionale nel 1948, le opprime, le violenta, le perseguita, ma non può fare a meno della loro manodopera, e della stessa loro intraprendenza commerciale. Sono i nuovi iloti, del regime di colonialismo di insediamento israeliano. Il quale, “unica democrazia del Medio Oriente”, in definitiva, sta tentando di risolvere con un genocidio a lento rilascio il problema della enorme capacità riproduttiva del popolo palestinese, per evitare che esso sovrasti numericamente gli ebrei all’interno dello stesso Stato israeliano. Perciò si oppone a quel diritto al ritorno sancito dall’ONU, per i settecentomila palestinesi espulsi con la violenza e l’inganno nel 1948, la Nakba del mondo arabo: la catastrofe, che è l’altro volto della fondazione di Israele. Ormai molti di quei settecentomila sono defunti, ma ci sono gli eredi, che si sono moltiplicati, e che hanno l’uguale diritto dei loro antenati…
Secondo l’iniziatore della scienza della guerra, la polemologia, Gaston Bouthoul, la prima spiegazione dei conflitti militari, è di tipo demografico: la guerra, in sintesi estrema, come una valvola di sfogo dell’eccesso di popolazione, un equivalente delle pestilenze o delle grandi carestie. Israele sta probabilmente applicando questa lezione ma a senso unico, ai danni dei palestinesi. E, mentre il mondo cristiano, nelle sue varie confessioni, celebra la resurrezione da morte di un ebreo palestinese, tale Gesù, altri ebrei, fattisi potere politico-militare, donano la morte ad altri palestinesi, i cui nomi difficilmente ricorderemo nella storia. Sono le nuove “Pasque di sangue”.