QUEL MIO BRACCIALETTO PER LE VITTIME DI GAZA

DI MARTA ECCA

Oggi ho indossato un braccialetto che conservo da tanti anni, mi ha accompagnato per tutta la missione in Palestina.
Voleva essere un modo mio, soltanto mio, per ricordare le vittime di Gaza.
Gesto di poco conto, eh. Si sa che non è una bandiera al polso ad aggiustare questo mondo storto, però ho sentito il bisogno di camminarci, con quel braccialetto. Portarlo con me, fra la gente, per strada, fare spazio a quel pensiero.
Poi è arrivata la pioggia. Così, senza ombrello, ho trovato riparo sotto i tendoni di un negozio.
Accanto a me un ragazzo, anche lui senza ombrello e infreddolito.

“Sei palestinese?”, mi chiede Ahmadou con gli occhi fissi sul bracciale e incuriosito dalla sciarpa in testa, come se fosse un velo.
“No, però sono legata a quei luoghi.”
“Sporchi di sangue”, aggiunge.
“Sì, tanti i morti e tantissimi i feriti.”
“Non la vogliono la pace. Da nessuna parte. La guerra li fa arricchire. Noi scappiamo, perché se non lo fai muori. Come a Gaza.”

Lo dice con uno sguardo da levare il fiato, così me ne sto in silenzio, che non sempre le parole sono giuste.

“Grazie”, mi dice.
“Per cosa?”
“Per quel braccialetto. È importante.”

Quel gesto tutto mio non era più soltanto mio. Sorrido, lui pure.
La pioggia si calma e io riprendo la mia strada, che è anche sua.

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