IN RICORDO DI DARIO BELLEZZA

DI PAOLO DI MIZIO

Dario Bellezza, nato a Roma nel 1944, morto a Roma di AIDS nel 1996, è stato uno dei maggiori poeti italiani del secondo ‘900.

Cantore spesso ispirato dalla sua dichiarata ma sempre tormentata omosessualità, Bellezza non può essere racchiuso nel ghetto o nell’élite di un poeta di genere. I suoi versi, anche quando parlano di amori consumati o consumanti, di unioni carnali, di gelosie, di rancori, in realtà ci parlano della vita e della morte, del disfacimento, della perdita di ogni paradiso e di ogni speranza, e sono cronaca di un’avventura umana tutta consumata nella sua città, una Roma decadente e man mano sempre più invivibile.

Ebbi la fortuna di incontrare Bellezza due o tre volte negli anni ‘80, e insieme la sfortuna di incontrarlo sempre troppo fugacemente. Un paio di volte venne in redazione alla Domenica del Corriere, un’altra volta eravamo due dei tre invitati (il terzo era Alberto Moravia) alla festa di una comune amica: ma quando arrivammo nella sua casa, scoprimmo che la festa non c’era. La comune amica era troppo ubriaca o intossicata di chissà quale sostanza per ricordarsi perfino di averci invitati. Il suo amante, un pittore semi mendicante, grasso e lurido, con uno stomaco enorme e i piedi più neri di sporcizia che io abbia mai visto, dormiva su un vecchio divano di velluto rosso, russando.

Noi tre invitati ce ne andammo, scuotendo la testa mentre scendevamo le strette scalette della casa a Trastevere, che Moravia, appoggiandosi al suo bastone e al corrimano, percorreva a fatica. Bofonchiammo solo poche parole. Una volta sulla strada, ci salutammo e ci allontanammo verso tre direzioni diverse.

Non vidi più Bellezza. Morì dieci o dodici anni più tardi. Ma quella sera della festa fallita a casa della nostra ospite intossicata di droghe insieme al suo amante artista e mendicante, fu una specie di allegoria della poesia e del mondo di Bellezza. Una serata nel cuore di una Roma in disfacimento, tra divani lerci e bottiglie vuote, sguardi vuoti e allucinati, e la disperante consapevolezza che un sogno, un progetto, una speranza, sono impossibili nel mondo: sono morti prima di prendere vita e nulla si avvererà, e pertanto non rimarrà che allontanarsi e girovagare, attendendo un’altra vita, un altro progetto, un’altra speranza, prima di un ennesimo fallimento e di una ennesima morte, mentre il tempo passa e la vecchiaia inevitabilmente ci consuma e ci corrode.

Ecco qui di seguito alcune poesie di Dario Bellezza, dedicate al mio amico Daniele Priori, che di Bellezza fu amico ed è grande estimatore:

da L’avversario

Poveri, pochi anni
Sono rimasti, gelidi, limitati;
li dubito e li annuso sperando
di moltiplicarli e cedo deluso
al rimpianto calunnioso – non so
più poetare, lo so, l’idea lucente
del nulla stasera non aggiunge
allegra compagnia. Oh come è finita
La speranza! Dio non punirci
Ancora se siamo vivi

^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^

da Angelo (1979)

(….)
Non sei niente, ma vorrei assistere al tuo funerale.
Vederti mentre mi vedi
Venire al tuo funerale senza poter obiettare
A questa assente presenza che sarei io, a lutto
Vestita, in attesa di parlare di te
Al ristorante con i miei cortigiani.

^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^

A Pier Paolo Pasolini

M’aggiro fra ricatti e botte e licenzio
la mia anima mezza vuota e peccatrice
e la derelitta crocifissione mia sola
sa chi sono: spia e ricattatore
che odia i suoi simili. E non trovo
pace in questa sordida lotta
contro la mia rovina, il suo sfacelo.

Dio! Non attendo che la morte.
Ignoro il corso della storia. So solo
la bestia che è in me e latra.

^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^

da Morte segreta (1976)

Ho paura. Lo ripeto a me stesso
invano. Questa non è poesia né testamento.
Ho paura di morire. Di fronte a questo
che vale cercare le parole per dirlo
meglio. La paura resta, lo stesso.

Ho paura. Paura di Morire. Paura
di non scriverlo perché dopo, il dopo
è più orrendo e instabile del resto.
Dover prendere atto di questo:
che si è corpo e si muore.

^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^

da Libro d’Amore

Delinquente mio delinquente
non lasciando Roma azzardo
contro i maschi stazionari una offesa
e falsa virilità.
Vecchi discorsi, logori, remoti,
che tu con i tuoi denti adolescenti
mi spegnevi in una bocca piena di saliva.
Il tempo era ancora
un carnefice che non dava paura.
Ora esisti. So che sei lì, dal mio
rivale. Mangi ogni tanto caviale
e molte volte salti il pranzo.
Io non tramonto lentamente
ma t’assicuro di essere già morto!

^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^

da Serpenta

Il tuo corpo adorato più non tocco.
Qualcuno lo bacia: me lo ha rubato.
Resta soltanto nella stanza
il tuo odore, gli ultimi vestiti
smessi; un paio di mutandine.
Amore senza indugio con l’acqua
che bolliva sul gas per gli sporchi
capelli, di lontano nella pentola –
borbottando ci chiama senza rancore
di essere lasciata lì a consumare
tutta la sua bollente acqua
un attimo prima gelida.
Casa aperta ai rumori dei pazzi ospiti
e delle muse assolute, te
circuito di certo mentre io
scrivevo nella mia nuova stanza.
Per te ho cambiato casa. Ti ho
la chiave dato. E te ne vai
lo stesso in giro e mi lasci solo.

^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^

da Amore

Nella mia notte il pessimo tuo mattino
sul lastrico mentre io vado a dormire
e tu non hai casa. Sei solo nel temporale.
Sì, nel lastrico, i marciapiedi a camminare,
sonno mai dormito per te. Invano io
nel letto e le sudate coperte
e tu mendichi a me piangendo la tua giornata
per accontentare la mia primordiale ferocità.
Che ora costringo il mio cattivo giorno all’aria
fino al castello delle tue ossa che un amante
inglese scrocchia.
Non c’è lutto per te, letto, usate
brande o mutande…