GUATEMALA: MUORE IL GOLPISTA RÌOS MONTT, ORDINÒ LA STRAGE DI 1741 INDIOS

DI FRANCESCA CAPELLI

Il suo nome non è famoso come quello del cileno Augusto Pinochet o dell’argentino Jorge Videla. Ma nella classifica dei genocidi latinoamericani, il guatemalteco Efraín Ríos Montt si colloca tristemente in alto. È morto il 2 aprile, a 91 anni, per un infarto. Fu il mandante diretto del massacro di 1741 persone di etnia ixil, tra il 1982 e il 1983.
Mentre la sinistra europea, tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80, marciava contro le dittature in Cile e Argentina, in molti paesi dell’America Centrale si consumava lo stesso genocidio. Le vittime, però, erano soprattutto le popolazioni native di origine maya. Meno legate all’Europa, meno organizzate politicamente. In pratica: mute e invisibili. L’assassinio di Monsignor Oscar Romero, nel 1980, mentre celebrava la messa, contribuì ad accendere per qualche tempo le luci sul Salvador. Il merito spetta in parte anche al film “Salvador” del 1986, diretto da Oliver Stone e interpretato de James Woods e James Belushi. Molto poco, invece, si è saputo delle circa 250mila persone, per la maggior parte indigene, assassinate o desaparecidas in Guatemala, durante la repressione legata a conflitto armato interno, tra il 1960 e il 1996. Le vittime sono da attribuire per la maggior parte alle forze armate.
“Togliere acqua al pesce”: era questa la politica, ispirata direttamente dalla Cia, seguita dall’esercito e dai paramilitari. E se il pesce, ossia la guerriglia marxista, si nascondeva nelle zone di montagna, togliergli acqua significava massacrare le popolazioni rurali, in gran parte native.
Uno dei protagonisti del genocidio fu, appunto, Efraín Ríos Montt, militare e capo del governo tra il 1982 e il 1983, salito al potere con un colpo di stato. Nel 2013 era stato condannato a 80 anni di carcere per delitti contro l’umanità, perché riconosciuto direttamente responsabile del massacro di 1741 nativi maya di etnia ixil. La condanna era stata successivamente annullata dalla Corte Costituzionale, che aveva chiesto un nuovo processo. Nel frattempo le sue condizioni di salute si erano aggravate, in un quadro dominato dalla demenza senile. Se riconosciuto di nuovo colpevole, avrebbe comunque scontato la condanna agli arresti domiciliari.
Ríos Montt era anche stato il nome più citato nel rapporto “Nunca más” guatemalteco, che aveva l’obiettivo di ricostruire la verità storica sule repressioni della dittatura. Era stato fortemente voluto dal vescovo Juan Gerardi, ucciso un giorno dopo la presentazione dei risultati, nel 1998.
I trascorsi insanguinati non avevano comunque impedito a Ríos Montt di dedicarsi alla politica anche con il ritorno della democrazia. Fu infatti eletto a presidente del parlamento nel 1994, mentre fu giudicato non candidabile alla presidenza dalla repubblica, in quanto golpista, nel 1996.