GUERRA DEI DAZI: A QUALE PREZZO GLI USA POTREBBERO RISPARMIARE L’ITALIA?

DI ALBERTO TAROZZI

C’era una volta la diplomazia del ping-pong. Incontri internazionali di tennis da tavolo attraverso i quali, ai tempi di Nixon, si determinò un riavvicinamento tra gli Usa e la Cina di Mao.

Oggi, che la via della diplomazia attraverso lo sport sembra piuttosto seguire il dischetto dell’hockey su ghiaccio, assistiamo a un ping-pong tra Cina e Stati Uniti che non porta certo a conciliare gli animi delle parti in causa.
Ci riferiamo a quel ping-pong di reciproche accuse e relative fregature che le due superpotenze hanno iniziato a infliggersi mediante l’arma dei dazi commerciali.

In principio furono gli Usa che, lamentando il furto di segreti commerciali da parte dei cinesi – sai che novità ! – e soffrendo della concorrenza delle merci importate da Pechino, iniziarono a proporre dazi sui metalli made in China, con particolare riferimento all’alluminio. Poi è stata la Cina a pensare di penalizzare mele e carni di maiale in entrata, in mezzo a 128 merci provenienti da oltre oceano. Si parla adesso anche di Hi-tech e prodotti aerospaziali come oggetto di contenzioso. L’ultima botta in arrivo da Washington pare riguardi l’altolà a 1300 prodotti, con forte presenza del settore chimico farmaceutico. Tanto che Pechino ha chiesto l’intervento del Wto (Organizzazione del commercio mondiale), che peraltro adotta, quando le adotta, punizioni, leggi multe, egualitarie, che massacrano il Pil del Burkina Faso, ma fanno il solletico a quello degli Stati Uniti.

Trattandosi di misure protezioniste è logico che insorgano, in versione anti Trump, anche i guru del neoliberismo. La sentenza più ricorrente è che, nell’era della globalizzazione, come e ancor più che in passato, il free rider che viola le regole del gioco di un libero mercato, dopo un effimero vantaggio iniziale, scatena ritorsioni in serie che si ripercuotono non solo su di lui, ma su tutto lo scenario economico commerciale mondiale. E ti va ancora bene se, come ci insegna una storia nemmeno troppo recente, non si passa dalla guerra commerciale al conflitto armato.
Trump, secondo questa visione, sarebbe un criminale incosciente che per acquisire un certo consenso interno sul breve periodo, metterebbe nel caos, di qui a pochi anni, l’intero pianeta.

C’è non poco di vero in questa visione catastrofista, ma c’è anche qualcosa di meno ovvio e di non detto, che potrebbe suggerire altre considerazioni di interesse analogo e forse superiore. Il tentativo di bloccare il pericolo “giallo” sotto forma di metallo esportato, non è un’esclusiva del perfido Donald. Un principio di tensione sull’import export di alluminio e dintorni c’era già stato sia con Bush che con lo stesso Obama. Se non ne erano derivate reazioni a catena, come quelle che si paventano oggi, ciò avvenne perché ne erano conseguiti effetti boomerang meno prevedibili, ma anche più immediati, di quelli che vengono quotidianamente messi in conto.

In breve, si erano dapprima salvate le fabbriche statunitensi messe a rischio dalle importazioni di merci concorrenziali a basso prezzo e si era così evitato un numero x di licenziamenti. Di conseguenza, però, le industrie Usa, non subendo più la minaccia della concorrenza straniera, avevano notevolmente alzato il prezzo di alluminio e simili: questo aveva determinato, già nel periodo medio-breve, una notevole riduzione delle vendite e una relativa crisi del settore, con perdita di posti di lavoro di numero superiore a quello dei posti salvaguardati bloccando le importazioni. Questa viene solitamente individuata come la causa principale dell’abbandono di qualsiasi misura protezionistica Usa nel campo metallurgico, prima ancora di fare riferimento alle conseguenze di eventuali misure ritorsive della concorrenza.

Ci si domanda allora se sia mai possibile che tra tutti gli uomini del presidente non ce ne sia stato uno che ha fiutato l’odore di un pericolo già manifestatosi pochi anni fa? Diciamo che pare improbabile.
Prende allora piede l’ipotesi che i dazi abbiano una funzione politica prima che economica. Come dire che gli Stai Uniti sanno benissimo di intraprendere misure che avranno per loro un feed back negativo, anche al netto delle ritorsioni. Danno però egualmente il via alle danze perché sanno di infliggere alle controparti un danno ancor superiore, tale da costringerle a cedere qualcosa su altri terreni, economici o politici che siano. D’altronde questo tipo di gioco a somma negativa (io ci perdo, ma tu ci perdi più di me), ha un precedente illustre. I sauditi, pur di colpire l’export petrolifero iraniano aprirono i rubinetti determinando un calo del prezzo del petrolio che penalizzava anche se stessi, ma in misura largamente inferiore a quanto penalizzasse il nemico.

Detto questo è innegabile che la mossa di Trump e le contromosse di Xi abbiano fortemente preoccupato i mercati. In primo luogo, come è logico, Wall Street, ma anche l’Europa non pare troppo serena. Non a caso il presidente non ha lasciato fuori la Ue dai suoi orizzonti. Dazi anche per noi? Subito no, ma a maggio se ne dovrà discutere.

Teniamo presente che Trump ha da poco silurato il Ttip per ragioni opposte a quelle prodotte dai movimenti alternativi. Questi ultimi vedevano nella liberalizzazione degli scambi commerciali, concertati tra le due sponde dell’Atlantico, qualcosa in cui ci avrebbero particolarmente rimesso le ultime ruote del carro europeo come l’Italia. Gli Usa invece vedevano, in una trattativa in cui la Ue si presentava almeno apparentemente compatta, un interlocutore più forte del dovuto: a proprio svantaggio e a vantaggio soprattutto del paese guida europeo, vale a dire la Germania.

Ecco allora dove si colloca l’interrogativo da sciogliere. Dato che Trump punta a una serie di accordi bilaterali coi singoli paesi europei, con quali si comporterà, dall’alto in basso, con modi gentili (tutto è relativo) e con quali farà la faccia feroce?

A proposito di questi ultimi c’è poco da interrogarsi: nel mirino di Washington c’è soprattutto Berlino e le recenti disavventure della Volkswagen lasciano intravvedere da quale sponda provengano i siluri. A proposito invece dei paesi che Trump potrebbe risparmiare, il discorso resta aperto, dando ormai per acquisito l’asse preferenziale con Londra. Si parla di paesi deboli e militarmente fedeli che dovrebbero diventare ancora di più (la Polonia? La Spagna?). Ma qualcuno suppone che ci possa essere anche l’Italia. Ci verrebbe così offerta l’alternativa tra la padella di una Ue a trazione Germania e relativi gruppi di potere e la brace di una sudditanza all’amico americano che ci risparmierebbe da ulteriori crolli in campo economico, ma non si sa dove potrebbe portare in futuro sul piano politico militare.

Di certo l’arma dei dazi potrebbe caratterizzarsi come strumento politico di notevole efficacia. Sia per querelle gravide di conseguenze con potenze emergenti come la Cina, sia per spaccare preventivamente alleanze che in un futuro non troppo lontano potrebbero risultare ostili.
“Divide et impera” dunque, grazie ai tavoli bilaterali: in fondo una riedizione dell’impero romano ai tempi della globalizzazione.

Fantapolitica? Fatto sta che la borsa di Milano, finora, se la cavicchia. Il nostro mondo dell’economia altro non fa che ripetere il tema delle ritorsioni a catena. Riaffiora la Marcegaglia ricordando che i 40 miliardi annui di export italiano verso gli Usa non sono poca cosa.

Ma la sensazione che saremo, ancora una volta, vasi di coccio tra vasi di piombo, non ce la leva nessuno.