ACERRA. QUEL CAVILLO GIURIDICO CHE SCONCERTA CHI SI OSTINA A CREDERE NELLA GIUSTIZIA

DI MAURIZIO PATRICIELLO

La notizia ci aveva colto di sorpresa, proprio nei giorni della Settimana santa. I tre fratelli Pellini, di Acerra, condannati a sette anni di carcere per disastro ambientale, sono stati rimessi in libertà dopo solo dieci mesi di detenzione. Amarezza grande, sconcerto, rabbia profondissima in tutti i cittadini. Sembra proprio che Acerra e i paesi limitrofi siano ostaggio di una regia occulta e malefica. I volontari che in questi anni non si sono risparmiati sono furenti. Fa male constatare che non sempre la giustizia si ritrova ad essere schierata dalla parte della verità. Non poche volte abbiamo dovuto assistere sgomenti alla scarcerazione di pericolosissimi individui grazie a un cavillo giuridico, a un difetto di forma. Grazie a questi stratagemmi, pericolosissimi mafiosi sono ritornati in libertà a terrorizzare e tormentare i cittadini onesti. Com’ è possibile che non ci si accorga per tempo di un difetto di forma o dei termini che stanno per scadere? Questo modo di fare alquanto sbarazzino sconcerta chi si ostina a credere alla giustizia, e continua, imperterrito, a rimanere onesto sapendo di rischiare anche la vita. Toglie forza, vigore, entusiasmo, voglia di impegnarsi. Dà ragione ai rassegnati, agli sfiduciati, ai fatalisti. Abbiamo celebrato la Pasqua. La risurrezione di Cristo ci ha invitati a puntare in alto, a non avere paura, a osare. Il Risorto ha vinto la morte, e con la morte ogni forma di menzogna, di ingordigia, di peccato, di mollezza. Alla luce della risurrezione l’egoismo, l’orgoglio, la superbia, l’avarizia ci appaiano per quello che veramente sono: nemici di chi li porta in cuore e del bene comune. Nella “terra dei fuochi” in poche settimane due notizie sconvolgenti. Al vigile eroe Michele Liguori, unico addetto alla sezione ecologica di Acerra, morto di cancro quattro anni fa, non viene riconosciuto dal Ministero dell’Interno la causa di servizio. Nei giorni scorsi veniamo a sapere che i fratelli Pellini sono stati scarcerati. Ad Acerra non si parla d’altro. Il dolore e lo sconcerto varcano le porte del Duomo nel giorno di Pasqua. Gli occhi di tutti sono puntati sul vescovo Antonio Di Donna, che in questi anni è sempre stato accanto al suo popolo martoriato e avvelenato. Ed ecco che Di Donna, da vero pastore, con fare pacato e fermo, affronta con coraggiosa parresia la questione. Cristo – Verità ci obbliga a dire la verità. A fare verità. Cristo non è stato imparziale. La resurrezione è la rivoluzione più grande che la storia abbia mai conosciuto. Il cristiano, e in particolare il pastore, debbono condividere la sorte degli umiliati, dei derelitti, degli scarti che la società opulenta e contraddittoria si lascia indietro. Chi vuole seguire Gesù deve restare accanto all’oppresso, mai, nemmeno per un istante solo, sostenere o giustificare l’oppressore. A Pasqua il vescovo di Acerra ha raccolto i sentimenti del popolo affidato alla sua cura pastorale: « … premetto che quello che sto per dire non è contro le persone. Le persone, anche quelle che sbagliano, sono nostri fratelli. Ma desta come minimo un forte sconcerto, un rammarico, la sospensione della carcerazione per alcuni industriali di Acerra riconosciuti colpevoli del grave disastro ambientale di cui ancora oggi non è possibile calcolare completamente gli effetti devastanti sulla salute dei cittadini… Una decisione che suscita sconcerto in noi perché significa sottovalutare il dramma umanitario dell’inquinamento per il quale da noi si continua ad ammalarsi e a morire. Una decisione che suscita disorientamento per la difformità di giudizio tra i diversi organi della giustizia … Una decisione che ci sconcerta soprattutto perché facendo così, nonostante un decreto del governo, incoraggia questi comportamenti. Si, capisco la rassegnazione: noi sperimentiamo il fallimento delle leggi, della nostra ansia di giustizia … ». Parole sofferte ma incredibilmente vere. Lo Stato non può, non deve permettere che l’ansia di giustizia dei cittadini venga mortificata. Sarebbe pericoloso, fatale, deleterio. Se dovesse spegnersi la sete di giustizia nel cuore degli onesti, riprenderebbero ad ardere i roghi tossici non solo nelle nostre terre ma negli animi dei disonesti. E sarebbe un vero disastro. Non solo ambientale ma in tutti i sensi.

 

(Articolo apparso su “Avvenire” mercoledì 4 aprile 2018)