DA PHOTOSHOP A PHOTOSHOCK

DI PAOLO VARESE

L’album dei ricordi. Quanti di noi ricordano con piacere quando si sfogliavano quei libroni, al cui interno erano celati scatti impressi su pellicola, istantanee di momenti spensierati, di attimi felici, di volti andati nel vortice del tempo. Le fotografie servivano a ricordare il bello, la neve in città e le vacanze estive. Le foto delle gite scolastiche, della comunione, del matrimonio. Poi, sul finire degli anni 90 del secolo scorso la pellicola ha iniziato a cedere il passo agli apparecchi digitali, ed infine alle foto scattate col telefono. Una combinazione che, in teoria, doveva consentire di immortalare anche quelle pause di vita in cui non era previsto lo scatto, di cogliere l’attimo improvviso, una opportunità in più. Ed invece la natura umana ha dimostrato la propria carenza, usando il vantaggio a proprio sfavore: le foto sono diventate consuetudine, non più istanti magici.  Via alle carrellate di piatti cucinati a casa o al ristorante, ai piedi sulla sabbia o sui lettini al mare. La noia del tutto, il vero soggetto. E poi ovviamente si è cercato di andare oltre. Quando tutto è condiviso la normalità non basta, in cerca di compiacimenti e di apprezzamenti virtuali, di like, svilendo il concetto di compartecipazione. La gara alla foto più cliccata ha portato a conseguenze micidiali sul piano etico e morale, e da li alle videoriprese si è accorciato ulteriormente il passo. Tutto perché faccia spettacolo. Mutuando la celebre frasi di Andy Warhol: oggi tutti possono essere “famosi per 15 minuti”, nella speranza di apparire il più possibile, di essere conosciuti, in una competizione dove gli unici vincitori sono i media, soprattutto televisione e internet, che sfruttando la voglia di farsi notare incitano silenziosamente ad osare di più. Il ritocco da vezzo è un must per apparire,  sembrare più glamour, più belli. La civiltà dell’immagine al suo compimento totale. Ma per apparire si è iniziato anche a fotografare il dramma. Le potenzialità della ripresa immediata e dello scatto improvviso hanno trasformato le persone in reporter della tragedia, ed ogni disastro si è rivelato un veicolo di apprezzamenti, si sono creati canali internet dedicati alle sciagure, la fiera delle vanità in una apoteosi auto celebrativa a discapito del sentimento di pietà e della riservatezza. Quando la Costa Concordia, la nave da crociera, si incagliò al largo dell’Isola del Giglio, iniziarono i primi tour alla ricerca della carcassa per fotografarsi col relitto alle spalle, e poi vennero i terremoti, con assurde immagini riprese nei luoghi del disastro, tanto che vennero emesse ordinanze, dai vari sindaci delle località colpite, per impedire lo sciacallaggio mediatico. E l’ultima ferita riaperta è stata quella di Rigopiano, dove, nel giorno di pasquetta, intere famiglie si sono riversate sul posto in cerca di brividi postumi da trasmettere, con sorrisi aperti dove ancora oggi i parenti delle vittime piangono, rubando pezzi di cemento da immortalare come trofei. Anche in questo caso è stato richiesto un provvedimento di urgenza alle autorità, come se quel nastro invisibile apposto dalla civiltà fosse ancor meno efficace dei bandoni di plastica messi a tutela del pianoro. E questa dissacrazione è ormai globale, ci si reca sui luoghi dei disastri per poter dare testimonianza macabra attraverso gli strumenti a disposizione, social networks in primis, quasi in antitesi al pellegrinaggio che ogni anno molte persone compiono, ancor oggi, a Superga, nella ricorrenza del disastro aereo in cui persero la vita i giocatori del Torino, solamente per far sopravvivere il ricordo, oppure coloro che si recano ad Auschwitz per non dimenticare il dolore nato dal male. Dall’effetto bellezza alla bruttezza del cinismo e della mancanza di compassione, per l’effimero tempo di un click.