LEGA: ANCHE CAMBIANDO LA LEADERSHIP, IL “TESORETTO” DI BOSSI E’ TORNATO UTILE

DI MARINA POMANTE

Sono passati cinque anni da quando Bossi lasciò la guida della Lega per cedere il ruolo di comando a Roberto Maroni, usò una frase ad effetto in quel contesto: “Ho fatto come Salomone, non ho voluto tagliare a metà il bambino“. Una scelta per proteggere in qualche modo tutto il lavoro fatto, lasciare pacificamente il Partito allo storico rivale, piuttosto che far scegliere a chi era a favore o contro… Scelta studiata a tavolino, decisa in un momento di forte concitazione dove venivano a galla fatti e misfatti del Senatùr, le notizie sullo scandalo dei rimborsi elettorali leghisti riempivano le pagine dei giornali, secondo i quali, i rimborsi incassati gonfiando i bilanci erano anche usati per pagare le spese personali dello stesso Bossi e della sua famiglia, come la laurea conseguita in Albania del figlio Renzo o le multe del primogenito Riccardo.

La nuova leadership e i cambiamenti in atto
Roberto Maroni, come scrive l’inchiesta de L’Espresso, iniziò una politica di differenziazione e creò un prima e dopo Umberto Bossi, continuò il lavoro di distacco anche lo stesso Salvini, tant’è che all’ultimo raduno di Pontida, al vecchio leader del Carroccio non fu concesso il tradizionale discorso sul palco…
La lega si proietta verso nuove ispirazioni, mutano le priorità, anziché: secessionismo, si predilige il nazionalismo e in sostituzione dei: meridionali, si concentra l’attenzione sugli immigrati. Tutto questo nel disegno che vede la Lega orientarsi verso un Partito non più d’appartenenza territoriale ma Nazionale.
Un nuovo slogan: “Noi con Salvini” un cambio di rotta, in grado di portare il verbo a comparti disseminati dal Centro al Sud e rappresentato da personaggi della destra, dove in alcune regioni del meridione d’Italia trova esponenti che gli fanno da sponda  o vecchi democristiani orientati all’autonomia. Volti nuovi ma in realtà volti stravecchi, di una Politica stantia ed obsoleta…
Nuovi ideali sostenuti con energia equiparata all’incedere delle inchieste giudiziarie sui fondi elettorali.
In questi anni tuttavia le cose sono cambiate all’interno del Carroccio, pur restando invariato il modus operandi.
Anche se entrambi i successori di Bossi hanno sempre negato categoricamente di aver visto un euro dei 48 milioni non resi allo Stato da Bossi e il tesoriere Francesco Belsito, dichiarando: “Sono soldi che non ho mai visto”, come ha commentato l’attuale segretario federale dopo la decisione del Tribunale di Genova di sequestrare i conti correnti del Partito, alla condanna per truffa di Bossi.
Eppure, ci sono dei documenti ottenuti dall’Espresso che evidenziano il contrario,

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