A ROMA IN UN CLIMA DI RASSEGNAZIONE SI MOZZANO CRUDELMENTE I PINI

DI SANDRO MEDICI

Quando Ottorino Respighi s’avventurò nel suo ambizioso progetto musicale di raccontare la nostra città, per prima cosa divise la sua opera in tre poemi sinfonici, uno dei quali scelse d’intitolarlo “I Pini di Roma”: un profluvio di organi, archi e fiati in un coloratissimo si be molle. A quasi un secolo di distanza, le sue composizioni continuano a essere la suggestiva colonna sonora di Roma. Come le sinfonie di Gershwin lo sono per New York.
Ora succede che i pini che ispirarono Respighi siano proprio quelli della Via Appia, gli stessi che in questi giorni vengono crudelmente mozzati e abbattuti. Si dirà che è necessario per evitare che precipitino, essendo le loro radici sfibrate se non del tutto spezzate. Si dirà che siano ormai pericolosi, che rappresentino un grave rischio. Il grigio assedio di asfalto e cemento, oltre ai decenni senza cure e manutenzioni, li hanno insomma trasformati in una minaccia.
Ma certo vederli sparire è un profondo dispiacere: quel paesaggio urbano dall’Alberone in poi non sarà più quello di prima. E un po’ sconcerta tutta questa furia devastatrice, chissà se davvero così necessaria. E quel che sconcerta ancor di più è il silenzio: qualche borbottio, qualche brontolio e non di più. Fino a qualche anno fa, ci sarebbero state proteste, mobilitazioni, reazioni comunque di contrasto. E invece nulla. Cos’è? Rassegnazione? Ignavia? O la città continua a essere indulgente verso una giunta che da tempo non lo merita più, ma che tuttavia viene vissuta come l’ultima speranza di una citta disperata?

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