STORIE DI BORGHI, LA TERRA TREMA ANCORA, MA CHE IMPORTA, DIRETE VOI

DI LOREDANA LIPPERINI

Su uno dei gruppi Facebook dei paesi colpiti dal sisma, gli unici su cui, al momento, è possibile trovare informazioni, leggo stamattina: “Il terremoto è l’unico che ha mantenuto la promessa: non vi lascerò soli”. Questa mattina, poco dopo le quattro, la terra ha tremato ancora a Muccia: magnitudo 4. Si sente, eccome, una scossa di 4. Il letto scivola sotto di te e i vetri delle finestre tremano, e fanno rumore. E hai paura, specie se da un anno e mezzo le scosse continuano.
La notizia non desterà particolare stupore, se non si abita nei dintorni (Serravalle, Pieve Torina, Camerino, Visso, e via così). Qualcuno dirà ah, poveracci. Qualcuno non dirà nulla.
Lasciate che vi parli di Muccia.
E’, per me, il paese gemello di Serravalle, e non solo perché è a pochi chilometri, ma perché da bambina era abitudine dormire a Muccia e, dopo colazione, andare a Serravalle, dove c’era la casa di famiglia che mio padre aveva ceduto a due delle sue sorelle. Dunque, ogni estate noi dormivamo a Muccia, albergo del Cacciatore, balcone sulla piazza con la fontana, ottima cucina, la pernice arrosto sulla fetta di pane casareccio che in un tempo che allora era imprevedibile sarebbe stata il piatto preferito di mio figlio. La sera, tornando in albergo da Serravalle, rannicchiata sul sedile posteriore, guardavo in alto e vedevo una luce in cima alla montagna: era il santuario di Col de’ Venti. Lo stesso, che nel medesimo tempo imprevedibile, avrebbe ospitato in un romanzo (non sapevo che sarebbe stato L’arrivo di Saturno, ovviamente: ma un romanzo, prima o poi, lo avrei scritto, pensavo in quell’età di dodici anni, quando si sogna molto) un falsario e un uomo in nero.
A Muccia c’era la sagra della trota tutte le estati. A Muccia si era ritirato a vivere il meccanico di mio padre, che avrei ereditato perché ora suo figlio è il mio. A Muccia tutto è stato distrutto, nell’ottobre del 2016. E le casette sono arrivate il 10 febbraio 2018: il presidente della Regione, Ceriscioli, era persino soddisfatto, nelle fotografie, perché, insomma, e che sarà mai un po’ di lentezza.
Alle elezioni del 4 marzo la Lega è passata, nelle Marche, dallo 0,69% del 2013 al 17,4%, da 6.405 voti raccolti cinque anni fa a 152.608 voti con progresso di 146.203. E, no, non è colpa dei mugugni dei terremotati, la famigerata gentaglia disprezzata ai piani alti della regione, la comunità rancorosa di cui parlano i sociologi invitati e pagati dalla regione. E’ che, avrebbe detto il vecchio Wittgenstein, “il mondo del felice è un altro che quello dell’infelice”. L’infelicità degli abbandonati non interessa a nessuno: se non, certo, ovvio, in campagna elettorale. Felici i felici, quando possono.

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