“HOSTILES”: BIANCHI E NATIVI, UN’ OSTILITA’ SENZA FINE

DI ALBERTO CRESPI

È tornato il western? Domanda lecita, vista l’uscita nei cinema di “Hostiles” già dal 22 marzo e l’imminente arrivo di “I segreti di Wind River”, seconda regia di quel Taylor Sheridan che nel 2016 aveva firmato il copione del notevole “Hell or High Water”, e di “Charley Thompson”, storia dell’amicizia fra un ragazzo e un cavallo diretto dall’inglese Andrew Haigh. Nel caso di Sheridan e di Haigh siamo di fronte a due ottimi esempi di “western moderno”, ossia di ambientazione contemporanea: un sottogenere che ha avuto esempi gloriosi, da “L’ultimo buscadero” di Peckinpah a “Hud il selvaggio” con Paul Newman. Nel caso di “Hostiles”, il regista statunitense Scott Cooper percorre invece la via più classica: una storia ambientata nel 1892, un capo Cheyenne al quale il presidente degli Stati Uniti accorda “l’onore” di tornare a morire nelle sue terre nel Montana; e un ufficiale dell’esercito, spietato cacciatore di indiani, che deve scortarlo lassù dalla prigione-lager del New Mexico nella quale è rinchiuso. Siamo dunque di fronte a una rivisitazione del genere nelle sue forme più consolidate, giacche blu contro pellerossa, gli ampi spazi dell’Ovest catturati in solenni inquadrature che “fanno” tanto John Ford e Anthony Mann, i punti di riferimento iconografici di chiunque affronti il genere che più di ogni altro ha raccontato l’America e il suo passato.

h2

“Hostiles” è un ottimo film. Cooper è un regista che ama ripercorrere i generi della vecchia Hollywood, come aveva dimostrato con l’ottimo gangster-movie “Black Mass” (2015). Christian Bale, nei panni del capitano super-razzista, è stupefacente e conferma di essere diventato, con gli anni, un attore superbo: cosa che non sempre accade ai ragazzi-prodigio (ricordiamo che Bale è in pista dall’età di 13 anni, quando fu protagonista di “L’impero del sole” di Spielberg). Ma sono bravissimi anche Rosamund Pike, una donna che ha avuto la famiglia sterminata dai Comanche, e il veterano Wes Studi, che dal ferocissimo Pawnee di “Balla coi lupi” al tremendo Uncas di “L’ultimo dei Mohicani”, fino al “Geronimo” di Walter Hill ha interpretato tutti i capi indiani degli ultimi trent’anni di cinema.

Il film ha una sua classica lentezza ed è costruito – come è giusto che sia – su una serie di “topoi” del genere. L’assalto iniziale dei Comanche alla casa isolata, con conseguente strage dei coloni, è ovviamente ripreso dall’incipit di “Sentieri selvaggi” di Ford, il capolavoro dei capolavori. La bizzarra combriccola che trova strada facendo un’insospettabile compattezza non può non ricordare “Il texano dagli occhi di ghiaccio” di Clint Eastwood. Il tema del razzismo nei confronti dei nativi rimanda non solo ai grandi western revisionisti degli anni ’60 e ’70, da “Soldato blu” a “Piccolo grande uomo”, ma anche ad alcuni film seminali degli anni ’50, oggi dimenticati, come “L’amante indiana” di Delmer Daves e “Il passo del diavolo” di Anthony Mann, visibili nelle due foto qui sotto (e sarebbe bene non dimenticare mai che i primi western filo-indiani risalgono ai tempi del muto, addirittura agli anni ’10).

Qualunque appassionato può rintracciare decine e decine di allusioni a vecchi film, ma il gioco – per quanto divertente – non rende giustizia al lavoro di Cooper. “Hostiles” ha riverberi di altro tipo, e anche un’eventuale lettura “d’attualità” – il ritorno del razzismo e le voglie segregazioniste e proibizioniste dell’America di Trump – sarebbe riduttiva. Secondo noi il film agita un grande tema che attraversa la storia, la società e la cultura degli Usa da sempre, da quando il genocidio dei nativi si è compiuto: non l’ha certo inventato Donald Trump, né l’aveva nemmeno lontanamente affrontato Barack Obama.

 

Arriviamoci per contrasto. Un aspetto interessante di “Hostiles” è la rappresentazione della “diversità” all’interno dei nativi. In molti western siamo stati abituati a una rappresentazione univoca di quel mondo: feroci antagonisti (come tali senza vera dignità di personaggi) in molti film classici, pacifiche vittime nei film che rovesciavano la dialettica buoni vs. cattivi nel suo esatto contrario. In ultima analisi, sia nei western tradizionali che in quelli revisionisti i nativi americani sono rappresentati in modo manicheo: negativo o positivo, distopico o utopico. Proprio perché sappiamo pochissimo della loro storia “prima” della colonizzazione e del genocidio, è facile immaginare i nativi o come feroci selvaggi o, al contrario, come “buoni selvaggi” viventi in un mondo ideale, in armonia con la natura. “Hostiles” non è il primo film che crea dei distinguo: sia in “Piccolo grande uomo” sia in “Balla coi lupi” i Pawnee – sempre loro! – sono descritti come fieri nemici dei Cheyenne e dei Sioux. In “Hostiles”, però, tale differenza è molto marcata: i Cheyenne che i soldati devono scortare a Nord si alleano ben presto con loro contro i Comanche, che sono i veri “cattivi” del film. E sui Comanche bisogna dire due parole.

 

Oggi i pochi Comanche sopravvissuti risiedono quasi tutti nell’Oklahoma, stato nato come “lager”, sede di riserve territorialmente infelici dove sono state relegate le etnìe più irriducibili (loro e alcune tribù di Apaches). Una volta erano la tribù più potente del Sud-Ovest: la “comancheria” (termine spagnolo, perché furono gli spagnoli i primi bianchi a incontrarli e a combatterli) occupava Oklahoma, Kansas, parte del New Mexico e quasi tutto il Texas occidentale. Avevano conquistato quell’immenso territorio cacciando e spesso eliminando coloro che lo occupavano in precedenza, soprattutto gli Apaches (che li odiavano, se possibile, più dei bianchi). È molto interessante leggere uno straordinario libro di Sam Gwynne intitolato “L’impero della luna d’estate”, pubblicato in Italia nel 2013 da Mondadori. Narra soprattutto la vicenda di Quanah Parker, celebre capo Comanche-mezzosangue figlio di una donna bianca a suo tempo rapita e “adottata” divenuto poi, dopo la resa, un uomo politico di spicco nella società dei bianchi: in sostanza la fonte di “Sentieri selvaggi”, che racconta appunto la ricerca di una ragazza che i Comanche sequestrano nella sequenza iniziale dopo aver massacrato la sua famiglia. Gwynne ricostruisce con documenti e testimonianze la storia di un popolo ferocissimo, che praticava – nei confronti di altre tribù e dei coloni bianchi insediatisi ai margini della “comancheria” – tattiche di sterminio che noi europei non possiamo che definire “pulizia etnica”. Dopo aver letto il libro di Gwynne, la vicenda di “Sentieri selvaggi” – pur così crudele, e non priva di venature razziste – appare come un documentario, più che un film di finzione.

Ancora oggi il film “Sentieri selvaggi” diretto da John Ford nel 1956 è, nella critica Usa, un oggetto da maneggiare con cura perché molti studiosi lo giudicano, appunto, razzista. Questo giudizio (incapace di apprezzarne l’enorme valore artistico) nasconde un rimosso. Non c’è mai stata, negli Usa, una vera “riconciliazione” paragonabile a quella che è avvenuta in Sudafrica o nella ex Jugoslavia, o anche nella Germania post-nazista e in alcuni paesi dell’America Latina. L’America bianca non ha mai voluto, o saputo, sedersi a un tavolo con i nativi americani, riconoscere il furto (non c’è altra parola) delle loro terre, ammettere l’invasione (di nuovo, non c’è altra parola) e provare a ragionare obiettivamente, a distanza di un secolo, sulle violenze compiute da entrambe le parti. Si nega, di fatto, lo status di popolo e di soggetto politico ai nativi, rendendo paradossalmente impossibile distinguere fra nativo e nativo, ammettere che esistevano società pacifiche come gli Hopi dell’Arizona e società sanguinarie e “imperialiste” come, appunto, i Comanche. Si è fatto dei nativi una sorta di enorme, indistinto calderone etnico-culturale con il quale è impossibile ogni tipo di confronto. I nativi americani sono come i curdi: non sono percepiti come un popolo (o, come sarebbe più giusto, un insieme di popoli) e quindi non hanno diritto a uno stato. Di fatto, si sa, vivono ancora nelle riserve: e quando escono dalle riserve, sono destinati a integrarsi e sparire, o a vivere ai margini della società capitalista.

luna

L’unico che ci abbia provato, con tutti i suoi limiti, è veramente il cinema! “Hostiles” pone consapevolmente questo problema. Alla fine del viaggio, il capo Cheyenne non ha nemmeno il diritto di riposare da morto nella terra dei suoi avi: ci sono nuovi “proprietari” che in modo radicale rifiutano addirittura l’idea che un nativo possa avere dei diritti. Nel film siamo negli anni ’90 del XIX secolo, ma più di cent’anni dopo sono ancora in molti, negli Usa, a pensarla così.

“Hostiles”: bianchi e nativi, un’ostilità senza fine