QUANDO LA PAURA LA RACCONTA STEFANO MASSINI

DI RENATA BUONAIUTO

Stefano Massini, quando racconta ipnotizza. Resti imprigionato in quelle parole che si materializzano in immagini, colori, una scenografia perfetta di un pensiero astratto.
Nato a Firenze il 22 settembre del 1975, i suoi genitori sono impiegati in un laboratorio di analisi, ma lui ama scrivere e comincia i suoi studi al liceo classico Dante, poi prosegue con una laurea in archeologia. Ama la cultura ebraica, studia francese ed inglese ma apprende anche l’arabo e l’ebraico. Si avvicina al teatro occupandosi fra l’altro anche di regia. Per un colpo di fortuna viene notato durante le prove dell’ “Incoronazione di Poppea”, dal maestro Ronconi che lo recluta come assistente per il suo “diario di prove”. Ronconi colpito dall’intraprendenza e dalla scioltezza nello scrivere del giovane Massini, lo avvia alla sceneggiatura. Nel 2004, vince il Premio Tondelli con “L’odore assordante del bianco”.
Ma la fama, il successo ed il riconoscimento universale arrivano qualche anno dopo, nel 2008 con il crollo del “masters of the universe”, dei Lehman Brothers. Massini, inizierà ad accumulare appunti, ricerche, informazioni e realizzerà un capolavoro che Ronconi definirà “Finalmente qualcosa di eroico”.
Le prime rappresentazioni a Parigi al Théâtre du Rond-Point sugli Champs Elysées, una sala che si rivela subito troppo piccola per contenere il numeroso pubblico che si accalca ai botteghini. Stesso successo a Firenze, al Teatro il Piccolo, nel 2015 con Ronconi che ne segue la regia. Solo due settimane dopo però, Ronconi morirà.
Sergio Escobar, direttore generale del Teatro, gli chiede di prendere il posto del maestro, come consulente artistico. La carriera oramai è tracciata. Massini inizia a correre, perché lui scrive, crea, produce, inventa correndo. Monta sulla sua bici, aggancia il telefonino al manubrio ed accende la telecamera. Da quel momento le parole scorrono veloci come il vento. Poi tutto il girato viene tradotto in testi, tomi che arrivano anche a 700 pagine. Gli spunti, le idee, le storie nascono anche dalla lettura di un quotidiano, dallo studio dei classici. Un mix di creatività ed attualità, fusi in una realtà che coinvolge il lettore/spettatore, catturandolo ed emozionandolo ed offrendo sempre infiniti motivi di riflessione.
Il tema affrontato in quest’ultimo acquarello che ha regalato ai suoi telespettatori è la: “Paura”. Argomento già affrontato con la produzione di un vero e proprio decalogo delle paure. Paura della morte, ma anche delle malattie, di perdere il lavoro, d’ ingrassare, della solitudine. La radice etimologica della parola paura sembra prendere origine dal termine “percuoto” e, dunque la paura di essere percossi, di perdere le proprie certezze, le proprie difese.
Questa volta però Massini trova una strada diversa per rappresentare le nostre paure e lo fa cominciando da una storia, quella di un bimbo di 8 anni, malato da sempre, giudicato inguaribile e per il quale il medico ripete ad ogni visita la stessa frase: “condannato al peggio”.
La sua è una vita chiusa in un letto,” Un corpo fra cuscini e guanciali”, quattro pareti bianche che impediscono anche di sognare. “Il sole, gli alberi, il cielo sono forme appese in un quadro: la finestra”, per disegnarci un’illusione.
Ma il bimbo non ci sta. Questa sentenza è una sfida che non vuole perdere. Pian piano contrasta la sua malattia, combatte contro il parere del medico e rimette in piedi non solo il suo corpo ma, anche il coraggio. Da qui comincia il suo riscatto verso una vita che lo voleva vittima e che lo vede invece protagonista assoluto del suo tempo, perché “I più forti siamo sempre noi, anche contro il nostro corpo”.
Questo ragazzo diventa adulto, e finalmente compare anche il suo nome, stiamo parlando di Bram Stoker, l’autore della storia più inquietante ed al tempo stesso affasciante, il “Conte Dracula”.
Perché in fondo questo “fantasioso” racconto altro non è che la biografia di Stoker, la sua diversità, la sua condanna, la sua paura. Una storia che parte con la presenza di un anziano e docile vecchietto, di cui non ci si può non fidare e che invece nasconde grandi segreti, fino a trasformarsi nel nemico più temibile, un “generatore di morte”.
Una storia che è la sua storia, dove la paura della non vita, si muta in una morte ripetuta all’infinito, forse per esorcizzarla, chissà.
Ed è da qui che Massini intende partire. La paura è una difesa, verso qualunque cosa sfugga al nostro controllo ma contro cui possiamo ancora combattere.
C’è una paura però più grande, ed è quella che anche “Dracula” si pone: “Di chi ti fidi quando t’affidi?”. Essere traditi da colui cui stiamo affidando noi stessi.
Partendo da questa domanda, gli scenari di riflessione sarebbero infiniti, esser traditi dalla propria famiglia, dai propri cari, dall’amico di una vita, dal collega di lavoro, dal vicino di casa sono esperienze che potrebbero destabilizzare e ferire molto più di un evento esterno, di un incidente fortuito, perché implicherebbe la consapevolezza dell’impossibilità di potersi fidare e dunque di affidarsi ad altri, la consapevolezza di essere assolutamente soli.
La condanna peggiore, la fobia più inquietante, non potersi fidare di nessuno.
Una riflessione di Massini che era già iniziata con Il “Processo a Dio”, un lavoro portato in scena nel 2005. Al banco degli imputati per l’orrore dell’Olocausto è proprio Dio. L’Essere Supremo, cui l’uomo affida la propria vita e che sembrerebbe diventare invece artefice della nostra fine. Una riflessione che potrebbe lasciare l’uomo nella disperazione più totale, nell’ incertezza più crudele. Nella paura, quella vera, profonda ma, non c’è conclusione in questo Tribunale, non c’è sentenza.
Il drammaturgo e scrittore fiorentino, ha visto però un suo spazio per “esorcizzare” tutto questo.
Uno spazio dedicato ai sogni. Con l’opera “L’interpretatore dei sogni”, Massini fa emergere la parte di luce, nel buio delle incertezze, la speranza.
Quell’ultima candela che non potrà mai spegnersi per quanti hanno con immenso coraggio deciso “di fidarsi nell’affidarsi”.