NIGER: TANTO PER CAMBIARE, CONFLITTO ITALOFRANCESE. DA CHE PARTE STA IL GOVERNO LOCALE

DI ALBERTO TAROZZI

Ci fosse una situazione che sia una, in cui gli interessi italiani e francesi convergono. Si tratti di Finmeccanica o di Vivendi, della questione migratoria o di quella petrolifera, non c’è una volta che Roma e Parigi non rischino la rotta di collisione.

Certo la madre di tutte le battaglie fu la guerra in Libia, quando l’Italia, parola di Alberto Negri, subì la sua sconfitta più grave dopo la seconda guerra mondiale. Senza che i francesi, in versione Total, aggiungiamo noi, ne ricavassero tutti i vantaggi che si aspettavano.
Ma da allora non è solamente un’ipotesi che i francesi si muovano prima ancora per danneggiare noi che per avvantaggiare loro stessi.

Una conferma viene oggi dal Niger, un paese nel quale siamo interessati a una nostra presenza anche militare, per limitare il flusso dei profughi saheliani, prima del loro arrivo nella poco controllabile Libia postbellica.

Però da quelle parti le divise militari occidentali abbondano già. Francesi, animati dal loro immortale spirito postcoloniale, sempre vivo nonostante fior di mazzate riportate nel dopo guerra in tutto il mondo, dalla (allora) Indocina all’Algeria.
Una volta si premuravano di dire che trattavano gli indigeni come cittadini francesi, purché rispettassero i valori dell’illuminismo e il camembert.
Oggi scendono in campo altrui, sparando e bastonando con animo golpista al grido de “il padrone sono me”, finché dura la festa e con militari e armi tra le più terrificanti del pianeta, atomica compresa.

Cosa hanno detto delle nostre intenzioni di accamparci in un paese che considerano roba loro, a dispetto di una concorrenza già agguerrita? Dapprima ne parevano ben lieti. La sensazione fu che fossero convinti che, come altre volte ci capitò, vedi Somalia, saremmo stati sottomessi al comando altrui, questa volta il loro, e che avrebbero avuto qualche baionetta in più a difesa dei giacimenti d’uranio.

Poi, quando fu chiaro che non solo ci saremmo limitati a istruire i nigerini alle missioni antiterrorismo e al filtraggio dei profughi, ma che addirittura ci saremmo stanziati dalle parti degli statunitensi e dei tedeschi e non nei loro scantinati, qualcosa cambiò.

Non che si siano espressi con chiarezza, loro i lavori sporchi li delegano ai subordinati, ma un ministro degli interni del governo locale ebbe a sostenere che in Niger di milizie straniere ne hanno abbastanza e che pertanto noi non eravamo graditi. Reazione legittima: non a caso i nostri missionari si sono pronunciati contro l’intervento dei soldati italiani e non è folle il dubbio che, più che col terrorismo, ce la possiamo prendere con l’ “esercito ” di disperati che attraversano quelle terre e che sono oggetto di ogni genere di persecuzione.

Ma perché mai tale esternazione riguardava solo noi? Farina di un sacco nigerino o c’era qualche parigino nella buchetta del suggeritore?

Domanda ben posta, anche perché di lì a poco un altro ministro nigerino, della difesa, si dimostrò più disponibile e confermò in linea di massima gli accordi stipulati con Roma.

Morale della favola, a piccoli passi, gli istruttori italiani hanno cominciato ad attraversare il Mediterraneo. Numerosi quel tanto da farci salvare la faccia, ma senza irritare troppo i transalpini. Però siamo a poche decine. Dovremmo arrivare ad esportarne 470.

Da qui alla fine delle traversate vuoi vedere che scoppierà qualche altra grana?