TRIONFA LA DESTRA IN UNGHERIA. ANNIENTATA L’OPPOSIZIONE CHE GUARDAVA A SOROS


DI ALBERTO TAROZZI

Giornata di elezioni in Ungheria. Alla vigilia, il timore generalizzato di una conferma per la terza volta al potere di Orban e della sua lista di estrema destra Fidesz.

E Orban che ottiene il 49% dei voti e la maggioranza assoluta dei seggi (le prime proiezioni che lo davano addirittura oltre il 60%).

Sondaggi ufficiali, su cui le opposizioni  sollevavano il dubbio del taroccamento, lo davano alla vigilia intorno al 40%, con gli ex estremisti, sempre di destra, della lista Jobbik con il 20% che hanno invece confermato tale percentuale. Al 12% sono finiti i “rosso-verdi”.

Un’opposizione comunque in disordine sparso, che però, vista anche l’elevata affluenza ai seggi, sperava di recuperare terreno, di fronte a un’arroganza di toni e di contenuti del premier che, nella sua ripetitività, avrebbe potuto stancare più di un elettore. Alla prova dei fatti peggio del peggio. Alta affluenza e opposizioni a pezzi.

Cancellata la previsione, nel segno della speranza. di un’intellettuale quasi novantenne di alto profilo come Agnes Heller, allieva di Lukacs e autrice negli anni 70 di un non dimenticato testo innovativo e non economicistico come “La teoria dei bisogni in Marx”. Dalle colonne del Manifesto la Heller esternava la sua ostilità al premier di Budapest: più che corotto, secondo lei, Orban si trova al centro di un potere partitico e oligarchico,  che costituisce un inevitabile centro di raccolta e smistamento di tutte le principali ricchezze di cui l’Ungheria può oggi disporre.

Perché negli ultimi anni il Pil è cresciuto, ma anche qui, come altrove, in assenza di redistribuzione, sono aumentate anche le diseguaglianze, accompagnate da promesse non mantenute. Nodi che in questa scadenza elettorale potevano arrivare al pettine.

Ci si domandava allora se a Orban sarebbero bastati, per confermargli il successo, i due temi che hanno contraddistinto la sua campagna elettorale, svolta nel segno del disprezzo degli oppositori e sventolando le bandiere di patria, familglia e di tutto quello che di più reazionario offra il mercato politico delle pulci dell’est Europa.

E allora, prima di tutto “dai addosso al migrante” e in secondo luogo proclamare ossessivamente come nemico pubblico numero 1 tutto quello che di favorevole agli indesiderati ospiti può essere assimilato.

Fin qui il quadro che di Orban viene fatto in questi giorni: un cattivo che più cattivo non si può. Un quadro che lui si impegna a confermare ad ogni sua uscita, ma che forse varrebbe la pena di osservare da un’altra angolazione. Non perché le colpe del nostro non siano concrete ed evidenti, ma perché dietro all’interesse a metterle in mostra come il male unico ed assoluto, si nasconde qualcosa su cui varrebbe la pena indagare.

In primo luogo i migranti. Vera la xenofobia di Orban, che nel 2016 fece costruire un muro a separare l’Ungheria dalla Serbia, ad evitare che un solo profugo potesse entrare sul suolo ungherese dal corridoio dei Balcani, a turbare la pace sociale. Vero, però, come mai nessuno si sogna di ricordare che, a differenza degli altri paesi del no ai migranti, che però dei profughi avevano solo sentito parlare (quelli del Gruppo di Visegrad, Polonia in testa), nell’anno precedente al muro l’Ungheria si era vista piovere addosso oltre 50 mila profughi in 12 mesi? Una bella cifra, anche facendo la tara in base al fatto che la fonte fossero le autorità di Budapest.

Facciamo i conti: 50mila su 10 milioni di ungheresi, fanno lo 0,5% della popolazione, per di più in un solo anno. Se teniamo conto del fatto che in Italia un comune può rifiutare di accogliere altri profughi quando raggiunge un totale dello 0,3% dei suoi abitanti, forse potremmo dire, pur deprecando quel muro, che l’Ungheria era effettivamente arrivata abbastanza vicina al limite delle sue capacità di accoglienza.

Come mai nessuno ha mai parlato di questa attenuante, anche solo per dovere di cronaca?

Altro particolare. L’Ungheria fa parte della Nato, però viene accusata di essere troppo tenera con Mosca. Però ancora viene tollerata. Come mai? E ancora, come mai nessuno cita quanto avvenuto nel novembre scorso, quando l’Ungheria pose il veto all’entrata nella Nato dell’Ucraina, una nazione che più a destra non si può, ma che è in stato di quasi belligeranza con la Russia.

Insomma, dal Baltico ai Balcani è evidente che l’Ungheria ha una sua politica estera fuori dagli schemi e che gioca su di essa per ritagliarsi un ruolo di una certa importanza nello scenario internazionale. Come mai nessuno ne parla?

La risposta ce la fornisce Orban, quando intona l’altro punto forte della sua campagna elettorale: lo scontro frontale tra lui e il megafinanziere Georg Soros, magnate del capitalismo internazionale che conta, personaggio chiave nella destabilizzazione degli stati nazionali che vivono ancora di vita precaria.

Ne sappiamo qualcosa anche noi. Ma ne sanno altrettanto Ucraina, Serbia, Macedonia, Albania. Ovunque dove la sua fondazione (la Open Society) ha sostenuto apertamente questo o quell’altro leader, ha finanziato movimenti per i diritti individuali volti a destabilizzare gli stati, soprattutto quelli ex socialisti o comunque ostili ai suoi interessi e a quelli delle lobby Usa più vicine al Partito democratico.

Certo Soros è in prima linea nel sostegno ad associazioni che si occupano di migranti e diritti umani.

Ma non sono in pochi a sollevare pesanti dubbi sulla genuinità delle sue intenzioni umanitarie, che secondo molti nascondono la volontà di giocare sulla pelle dei migranti per abbassare il costo della forza lavoro e su quella delle minoranze per far saltare, anche mediante scontri sanguinosi e guerre “umanitarie”, quegli stati che si oppongono ai disegni suoi e dei suoi alleati.

Un tema di riflessione di grande rilievo, perché è proprio Georg Soros, un tempo suo alleato, il nemico per eccellenza, il finanziere ebreo che Orban ha rievocato a ogni pié sospinto, in campagna elettorale.

Per Orban questo non può rappresentare un’attenuante. Ma nel giudizio che possiamo dare di quanto sta avvenendo nelle urne ungheresi in queste ore, non possiamo dimenticare che tra i suoi oppositori sono presenti forze che potrebbero proiettarci sull’orlo di una guerra fredda col blocco russo.

Un cammino da cui non si vedono oggi vie d’uscita indolori, in cui siano assenti i segnali di una catastrofe annunciata.

Ma il voto di oggi cancella molte ipotesi. Orban ha stravinto e l’Europa deve fare i conti con una destra più allarmante che mai. Forse i risultati verranno contestati ma i margini della vittoria sembrano veramente enormi.