CRONACA A PRECIPIZIO

DI FABIO BALDASSARRI

Tessa-puppe d’oro cadde testa all’ingiù, ma prima s’era slogata un dito.
“C’è sempre qualcosa che non va” mugolò Tessa.
“C’hai da beve de meno…” commentò Alice.
Tessa si raccolse come mucchio d’ossa, pelle e capelli, con gocce di sudore che scendevano sulla fronte, pensando al dito slogato. Ossa, pelle, fronte, capelli e stracci: un bolerino su gonna a gale rosse, verdi, gialle, tacchi dodici a spillo colpo di culo e via.
“Corri Tessa, corri…” biascicò la ragazza a se stessa.
E Alice: “Ma ‘ndo vai? anvedi come stai ridotta?”

Ridotta? o rotta, o storta, o viva, o morta, o bianca come ricotta, e dai follicoli del capo fili biondi sciolti sulle spalle. Dondolio di barche sul mare, sudore e bisogno di bagnarsi la faccia.
Alice non molla, prende le bende perché non si arrende, e Tessa distende quel dito slogato.
Povera Tessa, tacchi dodici a spillo colpo di culo e via. Ora si accascia. Piange. Impreca. Mani sulla faccia e, ciaff, uno schiaffo per questo e per quello. E in ultimo, Tessa in piedi e Alice dietro, in marcia verso l’Armaggedon.

Alice arranca, è stanca, in volto bianca. Com’è possibile che invece di pensare ai c…i suoi (che conosce numerosi e tanti) pensi a quelli di Tessa che ne fa cinque o dieci per notte ma, adesso, non ne vuol più sapere di quell’arnese, quel pezzo di mota che l’ha spinta giù dalle scale e, anzi, desidera tagliarglielo il coso, e ficcarglielo in bocca come wurstel di suino in pasto al maiale?
“Una botta e via!” dice Tessa, “ma col randello. Questa volta sì: una botta e via, tra capo e collo.”
Poi, l’anda e rianda della volante, i lampeggianti blu e l’ululato della sirena con la gente che corre in Via dei Precari 115: desolazione e cattiva sorte.

I jeans, Alice, ce li aveva stretti, sbiaditi e sdruciti d’ordinanza, col cavallo basso alla moda e una maglia bianca, scarpe da tennis convers, nike, adidas o… chissenefrega! Alice alta e slanciata, col naso irregolare e lo strabismo di Venere.
“Scopami!” sospirava Tessa-puppe d’oro vedendo l’amica bella.
“Ahò, ma stai a sbaglià indirizzo” diceva Alice.
Pam, pam, pam, però. Un colpo di rivoltella infilato come un dito nel burro del cuore all’uomo in cima alle scale da Tessa coi capelli biondi, arruffati, per una vendetta-giustizia-punizione… con Alice lì, ardita, impettita, che sa.

Il ‘magna’ se le riprese a gogò e l’altro, il fetente, il pezzo di mota che aveva buttato Tessa giù dalle scale su cui lui ora giace (perché anziché titillare il cliente lei si era slogata un dito) il giorno dopo se ne andrà sottoterra senza che lo rincorrano troppi rimpianti.
Del resto è durante il buio che cadono belle parole sfuggite negli incontri delle sere accaldate. Ma di rado fioriscono rose se bevi il cappuccino al bar, nel tardo mattino, con la fiatella invece di un fiore appeso alle labbra. Stesse persone, parole diverse e, cazzate a parte, una bella retata: le troie al gabbio e un ‘magna’ che scappa a gambe levate.

Finalmente c’è tempo per ricomporsi. Le mani si muovono, le dita s’intrecciano, e Alice sa.
“Risponda a questa domanda” dice con garbo il commissario Lambardi, a lei che sa.
Alice risponde:” Ma vattelo a pija’ nder…”
E l’altra, Tessa, ridendo gorgoglia.
Fine. Per noi, caso archiviato.