SIGNORINAEFFE. UNA VALERIA SOLARINO DA DAVID INTERPRETA IL NAUFRAGIO DI UNA POSSIBILITÀ

DI COSTANZA OGNIBENI

C’è qualcosa in Signorinaeffe di inafferrabilmente seduttivo, qualcosa che, dietro la narrazione della lotta operaia contro le istituzioni, racconta ben altro, che non si esaurisce nella love story tra un’acculturata “lady” in carriera e uno “zotico operaio”, ma va ancora oltre, e riporta a un mondo di immagini, dove l’impiegata e l’operaio non sono più Emma e Sergio, ma l’archetipo della donna, dell’uomo e di una possibilità di svolta. Ma andiamo con ordine. Torino, 1980. Emma è una studentessa di matematica, prossima alla laurea e già ben inserita negli uffici della Fiat, una realtà lavorativa dove, tra incontestabili doti personali e il suo capoufficio come compagno, le si prospetta una vita all’insegna della carriera e del successo. Ma destino vuole che Emma, nel bel mentre si reca nel luogo in cui dovrà svolgere la sua nuova mansione, incappi in una frotta di operai infuriati per l’annuncio di una nuova ondata di licenziamenti da parte dell’azienda. E l’orda furibonda da cui sta per rimanere travolta è un rischio fin troppo blando rispetto a chi la trae in salvo: ha gli occhi neri, la corporatura massiccia, la barba incolta. E le mani sporche di grasso. La scaraventa alla parete, già si teme come andrà a finire. Ma poi no: quell’irruento voleva solo proteggerla dalla folla inferocita. E le sporca la camicetta di grasso.
L’incontro con lo sconosciuto è avvenuto, qualcosa di mai visto prima si palesa dinanzi allo sguardo di entrambi. Il seguito possiamo immaginarcelo, ma ciò che balza immediatamente agli occhi di questa ambigua pellicola è che, dietro un’inconfutabile abilità registica, dove i lunghi primi piani arrivano laddove si fermano le battute dei personaggi, accompagnata da interpretazioni altrettanto magistrali – la candidatura ai David della Solarino non è casuale e Filippo Timi è così credibile che per qualche momento ci si chiede se davvero abbia qualche trascorso come operaio in fabbrica – dicevamo, dietro tutto questo bendiddio di abilità tecniche, il film propone una morale, un messaggio sui rapporti interumani antico come il mondo. Signorinaeffe racconta di rapporti dove è l’uguaglianza a farla da padrone, dove ci si identifica e si diventa un po’ come l’uno o come l’altro – emblematico il cambio di mise della protagonista quando inizia a entrare nel mondo dell’indomabile Sergio. Essere uguali per poter stare insieme e allora trovarsi di fronte al bivio se scegliere l’assennato ingegnere e garantirsi una vita di gratificazioni sociali, o lasciarsi andare all’indomito operaio ma abbandonare completamente le proprie ambizioni professionali. Quella che sarà la scelta finale è il film a raccontarcelo, ma, lasciando per un momento da parte la trama, ciò che conta e che fa riflettere è la mancanza di proposta di una possibile terza via. E di nuovo, il paradigma “mors tua vita mea”, che si traduce in questo caso in un out out cui la protagonista dovrà far fronte, si palesa tristemente dinanzi agli occhi degli stanchi spettatori.
Una possibilità, dunque, afferrata e poi persa nel corso della narrazione.
Ma Signorinaeffe racconta anche della controversa vicenda dei licenziamenti all’interno della Fiat negli anni 80, del picchettaggio degli accessi di Mirafiori da parte degli operai in sciopero; dell’inizio della frattura dell’unità tra colletti bianchi e tute blu e della marcia dei quarantamila. Fatti storici emblematici, che tanto ci dicono dell’Italia di oggi, riprodotti con un’indiscutibile fedeltà, dove immagini d’archivio e fiction si alternano armoniosamente. E alla luce della narrazione di una rilevante vicenda storica, sommata agli spunti di riflessione che offre, tutto sommato un’occhiata vale la pena dargliela.