SIRIA, ISRAELE RICONQUISTA L’ALLEATO STATUNITENSE SULLA VIA DELLA GUERRA

DI ALBERTO TAROZZI

Israele scende in campo. Tutto previsto ma questa volta il punto di non ritorno potrebbe essere superato.
Una previsione si sta avverando: quella che avevamo formulato pochi giorni fa, attribuendo la violenta repressione di Gaza da parte israeliana a considerazioni su scala internazionale che andavano al di là della semplice querelle israeliano-palestinese. Mai come questa volta avremmo piacere di ricevere dai fatti una smentita. Perché le conseguenze di quel processo, di cui avevamo colto le avvisaglie, sono imprevedibili, nel senso che non è possibile prevedere fino a che punto potrebbe essere messa in discussione la pace entro confini ben più vasti di quelli medio orientali.

La premessa, che ci era parso di cogliere era la sindrome di accerchiamento di cui Israele è venuta a soffrire, in conseguenza delle ultime evoluzioni del quadro siriano. Il clima da ultima spiaggia che sembra ispirare la virulenza delle sue ultime mosse.

Il casus belli: l’uso di armi chimiche da parte di Assad, di cui l’onere della prova, intesa come prova della propria innocenza, spetta all’accusato, del quale si presuppone la colpevolezza, sovvertendo qualsiasi ordine logico-giuridico.

Le conseguenze ultime si nascondono dietro le parole minacciose di Trump di quest’oggi. Entro 48 ore la decisione di quando e dove colpire, ma di certo colpire duro: fino a dove? Trump ha esplicitamente messo la Russia come un possibile, o probabile, nemico cui farla pagare cara.

Catastrofe illimitata dunque, in conformità con le gelide previsioni di strateghi militari ben più informati di noi, che mai avevano visto come oggi l’incombere di un conflitto su scala mondiale.

Partiamo dalla premessa. La guerra in Siria aveva determinato una mutazione del quadro delle alleanze in Medio Oriente, nel quale Israele aveva visto dissolversi partnership consolidate. La Turchia aveva preso altre strade, civettando con Mosca e abbandonando l’ossessione di un confronto con l’Iran. Gli Stati Uniti, dopo ripetuti errori, avevano cominciato a dare segnali di disimpegno. Altri paesi europei si limitavano a pacche sulla spalle o a puzzolenti retoriche militaristico coloniali, come Macron, che anche Erdogan si è permesso di ridicolizzare. Non rapida e non facile, per Tel Aviv, la tessitura di un accordo con altri alleati in area afroasiatica, come Egitto e Giordania. In tale quadro, con la componente sunnita perdente, prendeva per converso peso la componente sciita, di cui il massimo rappresentante è l’Iran, il paese maggiormente temuto da Israele: per la sua potenza militare, per la sua influenza sugli Hezbollah libanesi sulle vicine, ad Israele, alture del Golan, per non avere riconosciuto Israele come nazione.
A Israele restava la vicinanza dei sauditi, anche loro più interessati alla guerra che alla trattativa, presi come sono dal bisogno di legittimare il loro principe Salman, nuovo astro nascente ma non ancora consolidato a causa di un conflitto nello Yemen, che per l’Arabia Saudita non è stato fonte di grandi successi.

Anche se non è pienamente dimostrabile, pare certo che Israele avesse in cantiere un riavvicinamento con Mosca: condizione necessaria la deposizione di Assad, considerato troppo filoiraniano. Probabile che Tel Aviv si aspettasse segnali favorevoli in tale senso, dalla Conferenza trilaterale dei vincitori della guerra ad Astana. E magari anche per questo aveva mostrato i muscoli a Gaza, per dare segnali di vita e dimostrare di contare qualcosa sul piano militare.
Ma da Mosca nessuna risposta: o meglio, al vertice di Astana, i russi, col presumibile appoggio della Turchia, paiono non aver spostato la linea dura degli iraniani che vogliono una Siria indivisa e senza segni di rottura col passato.
In sintesi a Damasco deve restarci Assad, amico di Tehran. Esattamente ciò che gli israeliani non possono tollerare.

Di qui il casus belli: la denuncia dell’uso delle armi chimiche da parte di Assad. In questo caso Parigi e Londra prendono posizione, tanto non costa nulla. Mosca e Damasco smentiscono inascoltate. Tel Aviv scende in campo in prima persona e bombarda un aeroporto militare in terra siriana, lì dove si trovano anche dei consiglieri iraniani a sottolineare che quello è il bersaglio. Per la serie, se non ci pensano gli altri lo facciamo da soli. O per meglio dire “Caro Trump adesso vogliamo vedere come fai a mantenere fede ai tuoi propositi di disimpegno”.
E Trump? Come dicono gli specialisti in materia di propaganda di guerra, gli Usa subiscono l’influenza dell’opinione pubblica, che assiste agli effetti dei bombardamenti chimici sui media. Già, ma chi influenza, a sua volta, l’opinione pubblica statunitense, chi garantisce sulla qualità dei bombardamenti e sui protagonisti delle stragi?. Mai sentito parlare di guerra mediatica? A proposito, quando gli americani hanno liberato Mosul dall’Isis, risulta abbiano provocato intorno ai 10mila morti tra i civili. Erano morti di serie B, visto che tutti quei media, che sono oggi dediti alla informazione sui crimini di Assad, benedirono quella guerra?

Una cosa alla volta. Oggi la strage di civili deve andare in prima pagina, con tanto di scuse agli spettatori se non ci fanno vedere abbastanza bambini rantolare l’ultimo respiro, come ha fatto Saviano sere fa. La logica va rispettata e oggi la logica consiste nel passare dalle premesse alle conseguenze. Le premesse: il bisogno di Israele di rompere l’accerchiamento cominciando da solo, ma subito richiamando ai suoi doveri di un tempo l’alleato americano. Le conclusioni: la punizione dei colpevoli già individuati senza ombra di dubbio, che verranno inesorabilmente colpiti nel giro di 48 ore. In che forma? Solo questo resta da decidere, ma non è poca cosa.

C’è solo da aspettare e da assistere. Ma stiamo attenti, perché la reazione a catena che si verrebbe a scatenare potrebbe trascinare gli inconsapevoli spettatori al centro della scena: dove le vittime di ogni colore si mescolano tra di loro e la pietà è morta.