BLOCCATA LA SCALATA DI VIVENDI A TELECOM ANCHE SE CON QUALCHE PERPLESSITA’

DI MARINA POMANTE

I 33 miliardi di debiti di Telecom Italia stanno diventano un affare di Stato, addirittura una potenziale arma di ricatto anche se involontaria, ma da disinnescare rapidamente mettendola in mani sicure.
Il Governo nei giorni scorsi ha discusso l’ingresso nel capitale Tim da parte della Cassa depositi e prestiti, auspicio che in molti anelavano.
In queste ore che vedono le consultazioni ancora in alto mare, l’alta finanza non frena la possibilità di controllare il gruppo Tim, dunque, la scelta dei tempi non è stata casuale.
Mentre nella politica c’è molta incertezza, nelle stanze del potere finanziario c’è chi si muove come se i giochi
fossero già fatti, si ipotizza su un futuro Governo in cui Pd e Forza Italia non potranno replicare gli effetti del patto del Nazareno. Lo testimoniano tempi e modi dell’operazione in corso su Telecom Italia.
All’indomani delle elezioni si aveva fretta di mettere all’angolo l’aggressore francese della famiglia Berlusconi, Vincent Bolloré, che di Tim è il principale azionista.
Il gruppo Elliott, il fondo speculativo americano, azionista Sky, che già in passato collaborò con Berlusconi con finanziamenti per l’acquisto del Milan da parte del cinese Yonghong Li, mettendo come rappresentante nella squadra un manager gradito allo stesso Berlusconi, Paolo Scaroni, al quale poi Silvo Berlusconi affidò l’Enel e in seguito l’Eni, ha iniziato per primo l’assedio a Vivendi. E’ stato proprio Elliott che ha evidenziato una contestazione alla gestione francese, sul conflitto d’interesse e ne ha chiesta la revoca dei sei consiglieri nel gruppo Telecom e l’integrazione con nomi di suo gradimento. Tutto questo in accordo con Cdp.
Vivendi, per difendersi sarebbe dovuto ricorrere alla conta dei voti in assemblea, ma così avrebbe scoperto le carte dimostrando che quanto sostenuto da Agicom e Consob, rispondeva al vero e avrebbe dovuto operare una scelta tra Telecom e Mediaset.
Vivendi ha cercato di mischiare le carte con le dimissioni dei suoi sei consiglieri più due indipendenti, provocando la decadenza del consiglio Telecom da rinnovare poi nell’assemblea del 4 maggio. L’operazione è andata in porto nella riunione del 22 marzo, ma il collegio sindacale di Telecom Italia, già contrario ai francesi sul progetto di creazione di una pay tv fra Tim e la controllata Vivendi, Canal Plus. Con una mossa insolita i sindaci non solo hanno ignorato le dimissioni dei consiglieri, ma hanno anche intimato al cda di integrare entro ieri 9 aprile, l’ordine del giorno dell’assemblea del 24 con la sollevazione dei consiglieri Vivendi e la nomina dei sei amministratori graditi ad Elliott, cioè Fulvio Conti, il manager che Berlusconi scelse nel 2005 per guidare l’Enel, il direttore generale del costruttore Salini Impregilo Massimo Ferrari, l’economista consigliere di Terna (dopo Ansaldo Sts) Paola Giannotti De Ponti, l’ex direttore generale Rai e prima ad di Wind, Luigi Gubitosi, il banchiere Dante Roscini e, infine Rocco Sabelli, già direttore di Tim oltre che amministratore dell’Alitalia – Cai.
In altre parole, il collegio sindacale ha deposto il cda voluto da Vivendi, aprendo la strada a quello scelto da Elliott. La proposta del fondo andrà quindi in assemblea il 24 aprile e in caso di vittoria i suoi rappresentanti prenderanno possesso della stanza dei bottoni, spazzando via la gestione francese; almeno fino all’assemblea successiva di maggio, nel caso questa avvenga… Al momento non è escluso che possano restare fino a fine mandato.
Un finale simile è inaccettabile per Vivendi che si troverebbe fuori dal consiglio d’amministrazione, nonostante la società francese sia il maggiore azionista di Tim con il 23,9% del capitale. ma resta quello che si auspica Elliott che in una nota diramata mercoledì 28 marzo, ha escluso una seconda assemblea in caso di vittoria, sperando in una rapida formazione di “un Consiglio veramente indipendente“.
Telecom Italia, sta vivendo una delicata partita per la futura gestione della società. Il fondo statunitense Elliott è salito ancora in Tim, arrivando a detenere una partecipazione complessiva potenziale pari al 13,73 per cento del capitale tra azioni ordinarie per un 8,8 per cento e il 4,93 per cento per le sue opzioni. Vivendi detiene il 23,94 per cento. In una lettera agli investitori Elliott ha chiesto un cda indipendente che possa mettere in campo azioni e strategie che farebbero raddoppiare in due anni il valore del titolo in Borsa, passando dall’attuale 0,8 agli 1,6 euro per azione nel 2020. il fondo Americano Elliott ha dichiarato di liberare il Cda dai consiglieri di Vivendi Elliot, nella lettera si è detto sicuro che non ci sarà l’assemblea del 4 maggio per il rinnovo del Consiglio di Amministrazione, in quanto il board sarà ricostituito alla riunione dei soci del 24 aprile. Conferma di essere in sintonia con la linea di top manager, incluso l’amministratore delegato Amos Genish (voluto da Vivendi assieme a Franco Bernabè come vice presidente con delega alla sicurezza ndr) e sostenendo di non voler arrivare al controllo della società ma di volere influire direttamente sulla sua gestione. Questo è il motivo per cui Elliott pretende la sostituzione degli uomini del cda proposti da Vivendi, la cui opera “distrugge il valore” del gruppo.
Quindi la legittimità della revoca dei sei membri del board in quota Vivendi per sostituirli con i propri che sono Fulvio Conti, Massimo Ferrari, Paola Giannotti De Ponti, Luigi Gubitosi, Dante Roscini, Rocco Sabelli.
Ieri gli animi si sono scaldati, Elliott ha denunciato il conflitto di interessi dei francesi, proponendo lo scorporo e la successiva quotazione della società in cui far confluire la rete di Tim.
E’ arrivata immediata la reazione del Cda di Tim: illegittima l’integrazione dell’odg, azioni legali, questa sarà la controffensiva di Vivendi. Il Consiglio di Amministrazione di Tim, conclusa la riunione nella serata di ieri 9 aprile, ha ritenuto “a maggioranza illegittima l’integrazione dell’ordine del giorno assembleare del 24 aprile” deliberata dal Collegio Sindacale e di “intraprendere ogni azione legale a tutela dei diritti e degli interessi di tutti i soci e della Società”. Decisione presa a maggioranza con il voto contrario di Borsani, Calvosa, Cornelli, Frigerio e Vivarelli. La società, viene riportato nella nota, agisce a tutela dei soci. Dunque ci sarà un ricorso d’urgenza al Tribunale di Milano contro la decisione del Collegio Sindacale di integrare l’ordine del giorno dell’assemblea del 24 aprile con la richiesta di Elliott di revocare e sostituire sei consiglieri in quota Vivendi, il primo azionista di Tim con il 23,94% del capitale.
Il Collegio Sindacale replica: “nostra decisione pienamente legittima”.
Il Collegio Sindacale di Tim rigetta le “argomentazioni addotte dal Consiglio di Amministrazione a supporto dell’odierna delibera” e “conferma la piena legittimità delle determinazioni dallo stesso assunte”. Questa la posizione del Collegio Sindacale di Tim dopo la delibera del cda che ha giudicato a maggioranza illegittima la decisione del Collegio di accettare l’integrazione dell’odg dell’Assemblea del 24 aprile come chiesto dal fondo statunitense Elliott.
Nel frattempo il proxy advisor Iss (Institutional Shareholder Services), l’altro grande consulente dei fondi nelle assemblee delle società quotate, in un rapporto indica agli azionisti di Tim di votare per la rimozione dei consiglieri di Vivendi e la loro sostituzione con quelli proposti da Elliott il 24 aprile. Iss aggiunge nel comunicato che: “a questo punto, Vivendi sembra essere più un peso che una risorsa per Tim”. Glass Lewis, è stato il primo a sollevare obiezioni e a fornire ai fondi un parere contro Vivendi. Per Iss il fondo Usa: “ha dimostrato la necessità di un cambiamento nella società” mentre l’elezione dei suoi sei candidati “probabilmente si dimostrerà benefico per il valore a lungo termine degli azionisti”, si legge nel rapporto. “Tutti i nomi proposti da Elliott sono candidati indipendenti italiani, con alle spalle notevoli esperienze in cda e come amministratori delegati nel campo dei media, delle telecomunicazioni e di società” scrive Iss. Ai due proxy advisor, che indirizzano il voto dei fondi in assemblea, si è aggiunto l’italiano Frontis. Tutti e tre uniti per estromettere i francesi e suggerire ai fondi soci di Tim di votare per la revoca degli amministratori di Vivendi e per l’integrazione del consiglio con i nomi di Elliott. L’ultimo spiraglio restano le vie legali per arrivare a rinnovare l’intero consiglio il prossimo 4 maggio ed evitare così di mollare la presa su una società in cui sta perdendo più di un miliardo e mezzo. Un’operazione non facile in assenza di un Governo che si muova su Telecom. Il fronte azionario italiano si sta compattando attorno ad Elliott con il contributo di Assogestioni. Gli interessi di Tim e dei suoi stakeholder (dipendenti, clienti e piccoli risparmiatori, oltre ai contribuenti), non sono in immediata evidenza.
L’operazione ha subito un’accelerazione che ha davvero pochi precedenti come se ogni giorno fosse stato l’ultimo disponibile per mettere in sicurezza le ricchezze dei berlusconi, prima dell’insediamento del nuovo Governo e al tempo stesso chiudere in cassaforte un’infrastruttura strategica e delicata come il primo gruppo italiano di
telefonia, pur rimanendo un’azienda privata con quasi 60mila dipendenti.

La Cassa depositi e prestiti, braccio finanziario del Tesoro, entrando nel capitale di Tim si riappropria dell’italianità del gruppo. Proteggere una nostra azienda questo è il motore dell’operazione l’asset Elliott Cdp ha portato i titoli Telecom a un balzo del 8,8%, fino a quota 0,79 euro
L’acquisto verrà fatto “gradualmente” fino al 5% del capitale di Tim, la spesa sarà di 570 milioni di euro ed avverrà in una “prospettiva a lungo periodo” ha spiegato la società al termine del cda che ha deciso l’operazione. Il target che si vuole raggiungere è stabilizzare l’azionariato di Tim facendo leva sul ruolo sempre più strategico della Cdp e
magari avviare un progetto di fusione della rete con Open Fiber.

L’investimento è spiegato in un comunicato: “rientra nella missione di Cdp a supporto delle infrastrutture strategiche nazionali”. inoltre vuole: “rappresentare un sostegno al percorso di sviluppo e di creazione di valore, avviato dalla società in un settore di primario interesse per il Paese”. Poi la precisazione: “L’operazione è coerente con i criteri di sostenibilità economico-finanziaria che caratterizzano tutte le iniziative di Cdp”.
I tempi di questa operazione ancora non sono stati dati, non si pensa ad una celerità di intenti per mettere insieme tutto il pacchetto azionario potenziale. L’importante è poter acquistare in tempo, entro il 13 aprile (limite massimo per le date), con operazioni ai blocchi o con altri strumenti. Questa manciata di azioni Telecom sarà sufficiente per presentarsi all’assemblea del 24 aprile che viene chiamata a deliberare anche sull’ingresso dei 6 nuovi consiglieri proposti dal fondo Elliott al posto dei rappresentanti di Vivendi. Vuol dire che, la Cassa depositi e prestiti farà asse con Elliott che ha l’8,8%, contro l’azionista principale Vivendi che detiene il 23,9%.
Ma non sarebbero questi i reali motivi dell’intervento, Elliott ha presentato ieri lunedì 9 aprile, una lista per l’assemblea del 4 maggio, linea contestata da Vivendi, che non ha nessuna intenzione di capitolare e annuncia che adirà alle vie legali. Ma l’assemblea di ieri ha bloccato la possibilità il 24 aprile di nominare i sei uomini Elliott che ricostituiranno il board.Vivendi ha reputato la proposta illegittima. La lista di Elliott appoggiata da Cdp non sarà ostacolata da questa per propri rappresentanti. Anche i fondi dovrebbero fare altrettanto.
Questa nuova ventata d’aria fresca portata dal Cdp, è un segnale chiaro per dare “stabilità” ed equilibrio a un gruppo che controlla un asset strategico come la rete.
Il rischio che si corre, a parte la retorica sulle infrastrutture strategiche e sul “nemico” straniero francese, sono i 570
milioni che Cdp sta pe investire, somma non da poco da destinare per l’investimento nazionale, con il benestare stranamente condiviso dalle stesse Forze politiche che in queste ore faticano a trovare una comunione di intenti sulla formazione di un nuovo Governo. Questi che la Cassa Depositi e prestiti sta per spendere per Tim, saranno niente in confronto al pericolo che il Paese correrebbe se la rete dovesse finire in mani “sbagliate”, ovvero quelle che costringerebbero le banche creditrici a fare i conti con il reale valore dell’infrastruttura che sulla carta, garantisce l’onorabilità dei debiti del gruppo di telecomunicazioni.

Va evidenziato che i soci della Cassa (Tesoro con l’82% e Fondazioni con il 16,5% mentre il resto sono azioni proprie) hanno spinto per un intervento necessario per favorire lo scorporo della rete in mani pubbliche e la conversione del risparmio: entrambe sono le opzioni strategiche proposte da Elliott assieme al ritorno al
dividendo. L’operazione è stata condivisa dal Governo uscente d’intesa con Lega e M5S.

I primi di marzo anche Carlo Calenda l’aveva proposta a Claudio Costamagna subito dopo l’ingresso di Elliott. Il presidente Cdp però era stato frenato da Pier Carlo Padoan, con il suggerimento del capo della segreteria politica Fabrizio Pagani. Il senso politico dell’intervento di Cdp sarebbe stato subito cavalcato da Giuseppe Guzzetti, leader delle fondazioni e allineatosi ai vincitori delle elezioni anche per dare una stabilità alla gestione Tim. Il 29 marzo Costamagna, forte dell’appoggio di Calenda e Guzzetti, avrebbe presentato lo schema di intervento a Padoan che
per l’ennessima volta avrebbe espresso perplessità.
Ecco il perchè del vertice a Palazzo Chigi martedì 3 aprile provocato da una mossa congiunta di Calenda e Guzzetti alla presenza di Gentiloni, il titolare del Tesoro si sarebbe posto in sintoniai, spianando la strada all’operazione. C’è da aggiungere che in quei giorni in seno ad Assogestioni c’erano visioni diverse su come schierarsi. Il 5 aprile però in una riunione del vertice, sarebbe passata la proposta del presidente Tommaso Corcos di Eurizon (Intesa Sp): “nessuna lista Assogestioni, libertà di voto agli associati. La maggioranza dovrebbe appoggiare Elliott assieme a Cdp”.
Vivendi dal canto suo, ha presentato la sua lista per l’assemblea del 4 maggio. Capolista l’ad Amos Genish seguito dal presidente confermato Arnaud de Puyfontaine, Franco Bernabè (vicepresidente) e a seguire: Marella Moretti,
Frédéric Crépin, Michele Valensise, Giuseppina Capaldo, Anna Jones, Camilla Antonini, Stéphane Roussel.
“Offriremo tutto il supporto a Genish per implementare la strategia Digitim”, spiega Vivendi. Ha precisato inoltre: “Abbiamo ascoltato le opinioni degli azionisti, abbiamo apportato dei cambiamenti per rafforzare le competenze tecniche del board”.

La questione comunque è estremamente delicata e riguarda la Cassa Depositi per almeno due motivi strettamente legati che hanno a che fare con gli interessi degli azionisti della società che gestisce il risparmio postale degli italiani, perché il ministero dell’Economia e le fondazioni bancarie, oltre ad essere socie di Cdp, lo sono anche degli istituti di credito che hanno in mano il debito di Tim, diventa evidente che il sistema bancario italiano non può permettersi rischi di esposizione come quello di una potenziale svalutazione del loro credito, sia essa dovuta a una
valorizzazione più realistica della rete o a una separazione netta tra debito e garanzia o ancora, allo sviluppo di una rete concorrente di maggior qualità. Il ministero del Tesoro già fortemente compromesso con il Monte dei Paschi
di Siena insieme al Paese intero, non si può certo permettere un’ennesima tempesta bancaria.