GIADA: PRIGIONIERA DI UN SOGNO

DI RENATA BUONAIUTO

Giada era nata a Roccapipirozzi, un paese vicino Sesto Campano, in provincia di Isernia.
La sua vita si è fermata ieri con un volo dalla terrazza dell’Univeristà di Monte Sant’Angelo a Napoli.
Aveva solo 26 anni ed un sogno o forse cento, mille. A volte però i sogni diventano gabbie dalle quali è difficile venir fuori, talvolta quei sogni sono prigioni da cui non trovi la forza di fuggire. Studiava scienze Naturali a Napoli, ma gli anni passavano e nonostante l’impegno, gli sforzi anche economici dei familiari, superare gli esami diventava sempre più difficile.
Giada comincia a raccontar bugie, all’amarezza di un esame non superato non vuole aggiungere quel dolore per la delusione che proverebbero i suoi genitori, gli amici, il fidanzato. Una menzogna, che ogni volta crede di poter recuperare. Ma i mesi passano, la situazione non cambia, gli esami sono fermi lì, l’angoscia aumenta, le bugie si moltiplicano.
Giada si divide lentamente in due, una apparentemente sicura, solare che sorride e racconta della fatica di portare a termine quella tesi, di ultimare gli ultimi esami e poi c’è l’altra Giada, quella che nell’oscurità della notte getta via la maschera e sente il peso delle sue paure, degli errori, della solitudine. Perché quelle menzogne pesano tanto sul suo cuore, quel tradimento che suo malgrado porta avanti giorno dopo giorno, sono una fatica indicibile con cui fare i conti. Forse in una di quelle notti, matura la più terribile delle decisioni, l’unica senza “appello”.
Arriva la “presunta” data della discussione tesi. Giada non vuole e crede di non poter più tornare indietro. Non vede via d’uscita, sceglie l’abito, le scarpe, vuole essere bella, più di quanto non lo fosse già, per quel giorno che finalmente le ridarà la libertà.
Quando arriva all’Università, ha oramai deciso. Quella festa, quell’eccitazione, quella felicità diffusa, sono lontane da lei. Osserva tutto da lontano, chiusa in quella gabbia da cui vede un’unica via d’uscita.
I suoi genitori, i parenti tutti, sono emozionati e fieri per quel traguardo tanto atteso. Sono in quell’Ateneo per la prima volta, così come il fidanzato che la cerca per telefono, non riesce ad orientarsi in quel dedalo di aule e corridoi ma, Giada ha trovato la sua via di fuga.
Quelle scale la possono portare lontano, liberarla dal chiacchiericcio futile e banale, da quelle risate e da quei sorrisi che per mesi hanno imprigionato anche il suo volto. Finalmente è libera.

Dall’alto del terrazzo le sue ultime parole sono per il fidanzato “Mi vedi?”. Poi più nulla.

Inutili i soccorsi, inutile l’arrivo dell’ambulanza. I sogni di Giada si sono infranti su quell’asfalto o chissà forse, solo adesso, sono liberi di volare.
Ed ancora una volta è necessario fermarsi, riflettere, domandarsi dov’eravamo quando Giada, chiedeva aiuto, quando celava in un sorriso il suo dolore, quando rideva mentre il suo cuore piangeva. Quanto poco osserviamo i nostri amici, colleghi, parenti, figli. Quanto poco capiamo dei loro silenzi delle loro paure. Quanto poco tempo dedichiamo a loro e forse anche a noi. Perché anche Giada ha permesso al tempo di scandire i suoi errori e non ha avuto la forza di fermarlo per chiedersi dove voleva andare se era quella la vita che voleva.
Adesso è arrivato il momento di farlo proprio per lei e per tutte le Giade del mondo, perché una vita vale molto, ma molto di più di “un foglio di carta”.