PER AFFRONTARE LA QUESTIONE SIRIANA SERVE UN GOVERNO FORTE

DI GIORGIO DELL’ARTI

La questione siriana entra abbastanza pesantemente, complicandola, nella crisi di governo italiana.

In che senso?
Dopo il raid con le armi chimiche su Douma (se le accuse ad Assad sono vere), Trump minaccia di andare a bombardare in Siria, Putin gli risponde a tono. Si sono così create le pre-condizioni per uno scontro diretto tra americani e russi, qualcosa che per tutto il periodo della guerra fredda e nei due decenni e mezzo successivi era stata accuratamente evitata. E che anzi, con la caduta del Muro, sembrava scongiurata per sempre. Adesso invece i due si guardano in cagnesco e il mondo si sta nuovamente dividendo: i francesi, gli inglesi (forse) e i sauditi dalla parte di Washington. I turchi e gli iraniani dalla parte di Mosca, con un paio di dettagli a ingarbugliare il quadro: la Turchia fa parte della Nato, cioè della stessa alleanza atlantica a cui appartengono americani, francesi e inglesi. Dunque, nell’ipotesi di uno scontro diretto, verrebbero alle mani due paesi della Nato. In questo quadro, l’Italia da che parte sta?

Ieri c’erano le consultazioni, Mattarella gliel’avrà chiesto.
Mattarella ha cominciato a parlare del quadro internazionale fin dal primo mattino, quando ha ricevuto le prime delegazioni dei partiti, le autonomie, i gruppi misti, la Leu di Pietro Grasso. Più che altro il presidente ha ribadito delle ovvietà, però essenziali: la nostra vocazione atlantica è indiscutibile, in questa situazione, specie in considerazione dei vertici che si dovranno affrontare nelle prossime settimane, un governo ci vuole, e che sia abbastanza forte.

Come mai abbiamo dubbi sulla nostra vocazione atlantica, cioè sul fatto che, di necessità – se non altro perché così è dal 1945 -, staremmo dalla parte degli americani?
Intanto bisognerebbe vedere in che modo staremmo dalla parte degli americani. I nostri parteciperanno ai bombardamenti? Forniremmo le basi, cioè Aviano e Signonella, da cui far partire le missioni americane? Perché sulla concessione delle basi, per esempio, c’è un distinguo addirittura di Forza Italia: «senza una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nessuna azione militare può essere intrapresa, neppure la concessione dell’utilizzo di basi aeree». Il vero problema però non è Forza Italia ed nemmeno il Pd, come ha dichiarato ieri Gentiloni. La vera questione riguarda la Lega e il Movimento 5 stelle, molto amici di Putin. Forse troppo amici di Putin.

Come facciamo a saperlo?
Salvini si è espresso molto chiaramente già l’altro giorno. In difesa di Putin e Assad e contro la Casa Bianca di Trump ha detto: «Non sentite puzza di guerra nascosta sotto le fake news?». Il feeling tra il capo leghista e lo zar di Mosca è roba antica. Un anno fa i due si sono incontrati lasciandosi immortalare volentieri dalla solita selva di selfies. Quando in Russia s’è votato, Salvini s’è pubblicamente espresso in favore di una vittoria di Putin («mi auguro che lo rieleggano»). Tra i cinquestelle è più o meno lo stesso: due anni fa Manlio Di Stefano e Alessandro Di Battista hanno partecipato al congresso di Russia Unita, il partito di Putin. Di Stefano salì addirittura sul palco e deplorò l’allargamento della Nato a est, un tipico tema di polemica putiniana, far entrare cioè nell’alleanza militare degli americani paesi che furono repubbliche sovietiche ben incardinate nel Patto di Varsavia. Non si contano le dichiarazioni contro le sanzioni alla Russia di Di Maio e di Salvini. Di Maio nel corso della tornata elettorale ha sostenuto che l’alleanza atlantica non va abbandonata, ma ha pure ribadito l’esigenza «di aprire un tavolo di confronto affinché il modello (della Nato) in vigore sia superato». Joe Biden non a caso aveva sostenuto che dietro Di Maio e Salvini c’era Putin.

Tutto questo rende più facile o più difficile la formazione di un governo?
La rende urgente e infatti già ieri si diceva che stavolta Mattarella non aspetterà né l’assemblea del Pd (21 aprile) né le elezioni in Molise (22) né le elezioni in Friuli (29), ma darà un preincarico o un incarico esplorativo già lunedì, per costringere i partiti a rompere lo stallo e prendere una decisione. Si considera molto importante il colloquio, previsto per stamattina, col presidente emerito Giorgio Napolitano. Le consultazioni di ieri non hanno – almeno ufficialmente – spostato i prezzi della scacchiera dalle posizioni note. I grillini forse sopporteranno un appoggio esterno di Forza Italia, ma non vogliono avere niente a che fare con Berlusconi. Berlusconi, per tutta risppsta, ieri ha invitato i cronisti a distinguere bene «fra i veri democratici e chi non conosce nemmeno l’abc della democrazia». Salvini non vuol sentir parlare di governo col Pd e nutre segretamente la speranza che le elezioni in Friuli certifichino una tale sconfitta per Forza Italia da calmare i bollenti spiriti del Cavaliere. Il Pd, almeno fino all’assemblea, insiste per restare all’opposizione. Mattarella incaricando qualcuno lunedì potrebbe rompere questo frenetico muoversi in circolo di tutti quanti che ha come unico risultato il fatto che tutti restano in realtà sempre fermi nello stesso punto.