C’ERA UNA VOLTA IL VOTO UTILE

DI NANDO DALLA CHIESA

C’era una volta il voto utile. Era una specie di religione, alla quale il Pci si dedicava a convertire gli infedeli. Il voto della sinistra, il voto della protesta, il voto radicale, il voto del cambiamento, il voto dei nuovi movimenti, non poteva che andare lì: al più grande partito comunista d’Occidente. L’unico che ne avrebbe saputo fare un uso serio. L’unico capace di dargli modo di contare, di non disperdersi nei rivoli sparsi della protesta, di non ridursi -così si diceva allora- a impotente testimonianza. Era stata anche genialmente inventata una particolare specie parlamentare, quella degli indipendenti di sinistra. Figure nobili tratte da ogni campo, da Stefano Rodotà a Gino Paoli, da Raniero La Valle a Gina Lagorio: personalità non iscritte al partito e che per giunta una volta elette non si sarebbero nemmeno iscritte al gruppo comunista ma appunto a quello degli indipendenti di sinistra.
Diversi. Ma tutti dentro il grande voto utile. Bandiera di un popolo. Baluardo contro la reazione, poderoso ma duttile esercito di progresso. Si era scoperto in realtà, a un certo punto della storia repubblicana, che poteva essere utile anche il voto dato al Partito radicale. E tuttavia l’idea che il voto non dovesse premiare pattuglie coraggiose o “più combattive” per andare invece al grande partito in grado di metterlo a frutto è durata fino a noi. Non per nulla è stata liquidata di colpo, e senza molti rimpianti, tutta la sinistra minore nel 2008 sull’altare del Pd. Si è trattato di una cultura vera, insomma, una delle poche eredità che dal vecchio Pci è passata per le tante sigle di partito che si sono date il turno sulla sua lunga scia.

Chi, come il sottoscritto, ha più volte scelto di militare o simpatizzare per gruppi e pattuglie, possiede buona memoria delle discussioni tenute all’ombra di quella religione, di come la forza della ragione vi diventasse puntualmente la ragione della forza. Ma un senso in tutto questo c’era. Il mondo diviso in due, le precarietà della democrazia, da Tambroni a Segni fino al buio delle stragi, il clericalismo. E da questa parte l’illusione socialista, l’emancipazione dei popoli e una tensione a produrre faticose sintesi culturali, in grado di rappresentare un mondo intero.
La Democrazia Cristiana, invece, non predicava il voto utile. I partiti satelliti minori (liberali, repubblicani, socialdemocratici) impreziosivano infatti la sua egemonia, arricchivano la sua cifra democratica. Erano la prova che alla guida dell’Italia non c’era un partito solo, ma una pluralità di idee e di tradizioni, da cui restava fuori solo quella che aveva eletto l’Unione Sovietica a suo modello. Una storia spessa, insomma.
Poi qualche settimana fa, l’ultimo partito erede del voto utile, e che al voto utile si era appellato anche in campagna elettorale, ha chiuso questa storia con furore. Puf, di colpo, come se fosse rimasto abbagliato da un perfido sortilegio, soggiogato e trasformato in altro da una Maga Magò in vena di beffe crudeli. Davanti a un popolo di elettori in gran parte incredulo l’Erede ha rinnegato la religione avita e si è convertito siccome fulmine a quella del voto inutile. Grande è la confusione sotto il cielo, tutto è possibile nel grande rimescolamento, ma quasi un quinto di chi ha votato scopre di averlo fatto per niente. L’Erede sta in un angolo, immusonito assai. Così hanno voluto gli elettori, egli dice. Anche se l’elettore sa per certo che lui non l’ha voluto, e neanche quello, e nemmeno quell’altro. Il voto dato al Pd per essere gli unici a non contare: dall’utilità all’impotenza, chi l’avrebbe mai detto….

Sono gli ultimi misteri di una parabola che resterà antropologicamente misteriosa. Ricordate? Per tutta la campagna referendaria si è cercato di esorcizzare il “no” evocando ossessivamente lo spettro di Salvini. Se passa il no arriva Salvini, si ammoniva, facendo del leader leghista qualcosa di simile a un mostro omerico (infatti vinse il no e arrivò il terribile Gentiloni). Ora invece si contempla dall’angolo, con soddisfazione, l’arrivo di Salvini. L’Erede è offeso con gli elettori perché non l’hanno votato. E quindi non gioca più. Imparino quelli che invece il voto hanno avuto l’idea di darglielo. Questa vicenda, chissà perché, mi ricorda la Pasqua del ’93. Quella sera a Verona il grande Bruce Springsteen trovò, sotto un diluvio, lo stadio del Bentegodi mezzo vuoto. Ma mica si offese e rinunciò a esibirsi, spiegando che così aveva deciso il pubblico rimasto a casa. Si guardò intorno, invece, poi si scatenò sotto la pioggia per tre ore e mezzo senza un minuto di sosta. Perché chi era andato a sentirlo sfidando il maltempo andava ringraziato, altro che punito. Non teorizzò il biglietto inutile, ma volle renderlo utile il doppio. Perché non era un figurante del rock, ne era il re.

(scritto su Il Fatto Quotidiano del 6.4.18)