BRASILE: IL PAESE IN VENDITA PER LIMITARE GLI EFFETTI DELLA CRISI

DI FRANCESCA CAPELLI

Luiz Inacio Lula da Silva in prigione e il Brasile impoverito, sprofondato in una crisi che ora ghermisce anche la classe media. Negozi che chiudono, supermercati vuoti, gente che compra con carta di credito e rateizza la spesa quotidiana oppure attraversa la città a caccia delle super offerte giornaliere, che hanno come obiettivo invogliare a comprare una classe media impoverita. Quella stessa classe media che a Lula, a Dilma Rousseff che lo aveva seguito alla presidenza del Brasile, al Pt (il loro partito) aveva girato le spalle.
C’è un tema che permette di raccogliere consensi politici immediati tra gli elettori latinoamericani di classe media: la lotta alla corruzione. Basta un annuncio, per convincere la borghesia più neghittosa a scendere in piazza armata di pentola e cucchiaio, dimenticarsi dei propri conti all’estero e delle tasse non pagate, per chiedere di fare pulizia. L’annuncio del giudice Sergio Moro, l’accusatore di Lula, di essersi ispirato a “Mani Pulite” ha fatto il resto. Tanto gli è bastato per guadagnarsi pure le simpatie dei lettori italiani, che per interessarsi alle vicende extraeuropee hanno bisogno di un attentato terroristico o di sentirsi a casa.
Lula è in carcere da pochi giorni, a Curitiba, dove da settimane lo attendeva una cella ristrutturata apposta per lui. Si è consegnato spontaneamente, dopo aver partecipato a una messa in suffragio della moglie Marisa (morta un anno fa), con la folla di sostenitori che aveva circondato la sede del sindacato dei metallurgici, dove si era barricato, pronta a difenderlo (nella foto).
Lula è in carcere, travolto dall’onda mediatica dello scandalo Odebrecht (www.alganews.it/2018/03/30/brasile-lula-un-passo-dallarresto-sfuma-sempre-la-rielezione/), malgrado l’unica condanna definitiva a suo carico arrivi per un processo indiziario, basato sulle accuse di un condannato che ha ottenuto un forte sconto di pena. Al centro, un appartamento con vista mare che Lula avrebbe ottenuto in cambio di favori nella concessione di appalti. Descritto come un attico da sogno, si tratta di un trilocale in una palazzina tutto sommato modesta.
Intanto, dopo due anni di presidenza di Michel Temer (dopo la deposizione di Dilma Rousseff), il Brasile vive la crisi economica più pesante dal 1930. Dalla fine del 2014 – quando gli effetti della crisi mondiale sono arrivati in Sud America, non più protetto dai prezzi in ascesa delle materie prime – il Pil è crollato del 10 per cento (meno 3,6 per cento nel solo 2016). La disoccupazione oggi tocca 13 milioni di cittadini, circa l’11 per cento della popolazione attiva. La contrazione delle politiche di welfare, decretata dal governo ultraliberista di Michel Temer, ha ricacciato sotto la soglia di povertà oltre tre milioni e mezzo di brasiliani. Il governo sta portando avanti un progetto di legge per escludere dalle università pubbliche i corsi di laurea a indirizzo umanistico, sociale e artistico, in quanto ritenute poco produttivi. È l’ideologia economica della scuola di Chicago, il suo disprezzo per la figura dell’intellettuale, la sua fiducia ideologica per il tecnocrate.
Più ottimistiche le previsioni per il 2018, con un crescita stimata del 2,7 per cento che dovrebbe segnare una netta ripresa. A che prezzo? La vita dei milioni di brasiliani che grazie alle politiche del decennio precedente erano usciti dall’indigenza e che il neoliberismo feroce di Temer ha fatto di nuovo piombare nella povertà assoluta. Il governo ha cancellato l’80 per cento dei progetti sociali e ha privatizzato tutto ciò che era privatizzabile, a partire del più importante giacimento di petrolio (25 mila barili al giorno) e gas naturale del paese, al largo della costa atlantica di fronte a Rio de Janeiro. Sembra per ora scongiurato, invece, il tentativo di riaprire la strada alle trivellazioni in Amazzonia, decreto poi sospeso dalla corte federale di Brasilia. Nel progetto di Temer, il 30 per cento della riserva amazzonica del Renca (un’area di 46mila km quadrati tra gli stati di Amapà e Parà) doveva essere venduto a privati per lo sfruttamento minerario (www.alganews.it/2017/09/17/brasile-non-si-ferma-genocidio-delle-popolazioni-native-amazzonia/).
Nel Brasile di Lula (presidente dal 2003 al 2011) i poveri hanno avuto per la prima volta una casa di proprietà, la piccola borghesia ha conosciuto un relativo benessere, con la possibilità di viaggiare, permettersi di comprare un elettrodomestico, consumare cultura. Niente di meglio – per spiegare bene al popolo come sono cambiate le cose – di una riforma del lavoro, varata a fine 2017 che decreta prevalenza degli accordi individuali sui contratti collettivi e la totale flessibilità di orari. (www.alganews.it/2018/01/20/brasile-sogno-del-ritorno-lula-crisi-economica-riforme-neoliberiste/).
Nessuna meraviglia che le previsioni dessero Lula in vantaggio alle elezioni presidenziali di ottobre, alle quali non potrà più presentarsi per la condanna definitiva. Gli ordini sono chiari: i settori popolari brasiliani che Lula ha rappresentato non devono più avere voce, né diritti, né visibilità.