GUERRE CHIMICHE CON PREAVVISO. BREVE STORIA DA BELGRADO A DAMASCO

DI ALBERTO TAROZZI

Ha destato non poche perplessità il modo nel quale Donald Trump ha provveduto a punire Assad e i russi per il presunto attacco chimico a Douma.

Perplessità più ricorrenti: tanto rumore per nulla, forse qualche ferito e la distruzione di luoghi di depositi chimici ormai abbandonati; largo preavviso ai russi, a evitare con cura il rischio di una escalation per averne ammazzato qualcuno per sbaglio. Se effettivamente si fosse voluto colpire un deposito di gas tossici, si sarebbe generata un’ecatombe che avrebbe scatenato un processo di distruzione dell’umanità con conseguenze ingovernabili.

Che i russi sapessero tutto o addirittura abbiano segnalato cosa colpire, è un dubbio avallato dalle gaffes dei francesi, che prima si sono lasciati scappare l’affermazione-lapsus che Putin era stato avvertito come si deve e poi hanno aggravato le cose, dimenticandosi probabimente di lanciare un solo missile, se è vero che i russi hanno dichiarato che non ne hanno visto manco uno targato Parigi.

Tutte considerazioni se non proprio scientificamente dimostrate, certo più che plausibili. Gli analisti seri oscillano nel considerare l’intervento come inutile, efficace solo mediaticamente oppure, più seccamente, una pagliacciata.

Ci sarebbe da stare sereni, se non fosse che, proprio la riduzione dei danni del nemico ai minimi termini potrebbe avere irritato alleati come Israele e i sauditi, che si aspettavano qualcosa di più. Infatti in 24 ore si è già registrato un attacco contro la Siria, di ignota provenienza, che ha prodotto 20 vittime in una base militare iraniana ad Aleppo, guarda caso la componente della coalizione più odiata da Tel Aviv.

Ma oltre a questo c’è da considerare che non ci possiamo scandalizzare più di tanto se un attacco che potrebbe avere i connotati di una guerra chimica può implicare un preavviso rivolto al nemico. Anche se quello gentilmente rivolto ai russi pare sia andato oltre i puri dettami del “galateo” di guerra e del rischio calcolato, c’è da dire che un precedente, di ben minore cortesia, si era registrato anche in un’altra guerra chimica censurata dalla nostra memoria storica: vale a dire la guerra contro la ex Jugoslavia, durante la quale vennero bombardati  un petrolchimico, una raffineria e altri siti di sostanze tossiche a Pancevo, periferia di Belgrado.

Le conseguenze di allora si percepiscono anche adesso con le molte morti a orologeria per cancro attribuibili alla fuoriuscita di vinilcloromonomero (diossina), in quantità enormemente superiori alla soglia tollerabile, dalle taniche bombardate. Pure anche allora, nonostante ci fosse una guerra aperta e la Nato bombardasse impunemente (tanto a Mosca c’era un certo Eltsin, non si sa se più imbelle o complice) non mancò una qualche forma di preavviso.
Dalla commissione di inchiesta della Agenzia delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) risultò che le taniche erano state in parte svuotate perché qualcuno aveva avvisato i serbi, senza di che i morti si sarebbero contati a decine di migliaia.

Avvisati da chi? Tutt’altro che chiaro, ma parve ben più che probabile che quel messaggio fosse pervenuto dal fronte della Nato (Italia compresa). Lo svuotamento delle taniche era così iniziato, ma non era stato del tutto completato (forse, appunto, perché a Mosca c’era Eltsin e non ancora Putin).

Non è dunque il preavviso in sé o la limitazione del danno in quanto tale che ci deve sorprendere, nel caso di Damasco, ma la rilevanza di esso, se, come pare, ha ridotto le conseguenze del bombardamento a termini meno che minimi.
E qui emerge un altro interrogativo: se l’attacco è stato condotto anche per garantire a Israele che gli Usa erano pronti a difenderla con efficacia dalla minaccia iraniana, si può dire che tutto finisce qui? Israele può considerarsi soddisfatta? Il bombardamento di Aleppo per mano ignota a un giorno di distanza, fa pensare che i sonni del nostro futuro non potranno essere tranquilli.