ISABELLA BIAGINI: QUANDO LA VITA TI DIMENTICA

DI OLIVIA GOBETTI


Scrivere e ricordarsi di Isabella Biagini, l’attrice e showgirl romana scomparsa ieri a 74 anni, rappresenterà per molti un tributo doveroso a un’artista che, nel periodo a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, incarnò un’icona ironica e spumeggiante di un’Italia nel pieno di un boom economico e in odore di nuove conquiste sociali che avrebbero rivoluzionato, di lì a poco, anche i suoi costumi sessuali, oltre a ribaltare i concetti, ormai stantii, di famiglia, matrimonio e lavoro. Era l’Italia dei merli maschi, degli “Amori e Divorzi all’italiana” e di licenziose servette al servizio di stagionati oltre che maritati dongiovanni. Un’Italia che amava spiare dal buco della serratura e affondare maliziosamente lo sguardo nelle generose scollature delle maggiorate. Isabella era attraente, procace, ma anche buffa, di una comicità che scaturiva da una genuina autoironia. Registi del calibro di Antonioni, Salce, Corbucci, Steno, Laurenti, si contesero quella ragazza svampita ma seducente che, molto presto, si abituò ai fasti del mondo dello spettacolo, ai lustrini e alle paillettes…
Ecco, io vorrei fermarmi qui con il ricordo di Isabella. Adesso che lei non c’è più, saranno davvero in tanti a citare i nomi di tutti i film, dei varietà televisivi o delle commedie brillanti in cui la soubrette è stata protagonista. Io, se mi consentite, vorrei spendere due parole per Concetta Biagini. Una vita difficile la sua, troppo anonima e quindi poco interessante per la penna di qualche cronista. Una figlia, Monica, l’unico vero amore della sua vita, persa nel ’99 a causa di un cancro fulminante al fegato. Un grande senso di colpa che gettò l’artista nel baratro di una depressione che, anno dopo anno, avrebbe dilaniato anche quel poco che era rimasto della sua gioia di vivere. E poi, la povertà, quella vera, quella che ti toglie la dignità e anche la capacità di chiedere aiuto. Una casa incendiata dopo lo sfratto, una piccola pensione, la carità di un piatto caldo da parte di qualche vicina di una stanza in affitto, pochi oggetti, la foto incorniciata della figlia, l’affetto di un piccolo cane che era diventato tutto il suo mondo… Diversi erano stati gli appelli in tv della D’Urso che, accortasi della sua situazione di estrema indigenza, aveva fatto il possibile per darle una mano. Troppo tardi: Concetta non ce l’ha fatta. Forse, non ha voluto lottare. Dopo un’ischemia e alcuni ricoveri ospedalieri si è lasciata morire, travolta da un’indifferenza diventata, da troppo tempo, il suo pane quotidiano.
“Ha avuto una vita difficile”, dicono oggi quelli che l’hanno conosciuta, compresi alcuni compagni di lavoro. Già. Le vite difficili, quelle veramente dure, non fanno notizia. Bisogna come minimo morire per attirare un filo di attenzione perché solo la morte ti restituisce un filo di dignità. Adesso, Concetta/Isabella se n’è andata. Scatenatevi pure con gli elogi e commemorazioni.