ADDIO, MAESTRO TAVIANI


DI GIOVANNI BOGANI

Aveva la risata pronta, gli occhi vispi da ragazzo, Vittorio Taviani, scomparso ieri a Roma, portandosi via un altro pezzo di storia del cinema. Aveva 88 anni: non aveva mai smesso di essere gioioso, di scoppiare in risate fragorose; come se in fondo la vita potesse essere ancora un gioco. E poteva farlo: perché era un uomo innocente, onesto, limpido. Sempre pronto a schierare il suo cinema dalla parte dei giusti, degli innocenti, dei violentati dalla Storia.

Quel cinema, Vittorio Taviani lo ha fatto per più di mezzo secolo insieme al fratello Paolo. Insieme: “Paolo e VittorioTaviani”. O “IfratelliTaviani”. Un unico mantra, il nome proprio di un cinema intenso, vibrante, mai riconciliato né con il potere né con le mode, le forme del cinema di consumo.

Sei anni fa, Vittorio e Paolo vinsero l’Orso d’oro a Berlino per “Cesare deve morire”. Ebbi il privilegio e la fortuna di essere il primo ad abbracciarlo. Aveva una gioia pura, quasi infantile, come se non se lo aspettasse. E in quel momento, di premi ne avevano vinti: la Palma d’oro a Cannes, infiniti David di Donatello e Nastri d’argento. Ma avevano deciso, a ottant’anni, di rimettersi in gioco come due esordienti. Avevano deciso di mettere in scena Shakespeare nel carcere di Rebibbia, con i detenuti come attori. Filmando in bianco e nero. Venne fuori un film bellissimo, rivoluzionario, audace, giovane. Cinema d’avanguardia fatto da due ragazzi di ottant’anni. Quel film fu anche l’occasione per rivelare il talento di uno di quei detenuti, Salvatore Striano, vero fuoriclasse con grinta e cuore.

Vittorio era limpido. E limpido è anche il suo modo di girare: immagini nette. Anche quando sono immagini simboliche, hanno una evidenza da cinema russo degli anni ’20. Sembra dire, in ogni immagine, il pensiero che il cinema, qualsiasi cosa racconti, debba essere classico, pronto per l’eternità.Giovanni Bogani
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I Taviani li ho conosciuti la prima volta mentre giravano “Fiorile”, a Firenze. Non sono di quelli che sono cresciuti con “La notte di San Lorenzo”; c’era qualche cosa, nel loro cinema, che per me era antico. Ma ho amato il loro coraggio da ragazzini nel fare un film girato in un carcere con detenuti veri, ho amato l’entusiasmo con cui si sono messi a raccontare Boccaccio a più di ottant’anni. Ho amato sempre più il loro modo classico di raccontare ogni cosa, il presente come la Storia, come se tutto dovesse essere sfolgorante, grande, solenne, pronto per l’eternita’. E il modo scanzonato e serio che avevano di rispondere alle domande: come se fossero dei ragazzi che però riflettevano sulle cose, e non dicevano mai banalita’.
Oltre a tutte le cose, giuste e belle, che si stanno scrivendo in questo momento brutto, triste, posso dare solo questi frammenti. A Berlino, cinque anni fa, ebbi la fortuna di essere il primo ad abbracciarli, quando vinsero l’Orso d’oro. Vittorio sapeva essere gioioso come un bambino, limpido, pulito, innocente.

Cosi’ come innocente era il suo modo di stare con decisione dalla parte dei perdenti, degli sconfitti, dei violentati dalla Storia. era limpido anche il suo modo di girare, luci nette, immagini sempre cosi’ evidenti. Non era il realismo la loro cifra, era una cosa diversa: l’idea che il cinema sia nobile e composto come la letteratura, stilizzato e armonioso come un romanzo.

Ma insomma, questo rimarra’. I loro film, classici gia’ nel momento in cui uscivano, rimarranno nella storia del cinema, Quello che mi manca gia’ adesso sono la sua risata, la sua gentilezza, la sua limpidezza nello spiegare le cose. La gioia con cui parlava delle isole Eolie, sua seconda casa. Il suo accento toscano gia’ un po’ antico. E lo stupore di fronte a quel mistero che stupidamente non ho mai risolto: come fanno a darsi il cambio mentre parlano come fossero una sola persona?