I PRO E I CONTRO DELL’USCITA DALL’EURO

DI MARINA POMANTE

L’euro, la valuta unica europea è in forte crisi, la pianificazione della sua introduzione iniziò con il trattato di Maastricht, dove venivano accettati a far parte dell’eurozona i Paesi che presentavano un deficit inferiore al 3%, un tasso d’inflazione non superiore agli 1,5 punti alla media degli altri Paesi europei aderenti alla moneta, un rapporto tra debito pubblico e PIL inferiore al 60%, l’adesione da minimo due anni al sistema monetario europeo oltre a un tasso di interesse a lungo termine che non superasse un tetto stabilito in base a un benchmark (parametro di riferimento finanziario che valuta le prestazioni di un titolo o fondo d’investimento o l’andamento del mercato in genere) fissato basandosi su Paesi con tassi più contenuti.

Le nazioni che formano l’Europa unita, sostanzialmente sono distanti come pensiero filosofico, culturale e sociale. In alcuni casi queste distanze appaiono addirittura incolmabili. La società europea è sempre più incanalata in un progetto di assoggettamento economico piuttosto che, in un progetto di unità democratica e sociale che aiuti a migliorare e ad accrescere la potenzialità culturale che l’unione dovrebbe favorire.
Quest’unica spinta economica ha incrementato il gap finanziario tra i Paesi dell’Unione e in alcuni casi (la Grecia è un esempio) l’implosione ed il default monetario, sono stati la prima conseguenza.
Poco più di un anno fa Romano Prodi esprimeva perplessità sul fatto che la stessa Germania volesse abbandonare l’euro “Un dubbio, più che un sospetto”, lo definì così il Professore in un’intervista al quotidiano “La Stampa”, quasi volesse circoscrivere i limiti di un pensiero così dirompente. Ciò nonostante, ascoltare un dubbio di tale portata da un uomo che è stato presidente della Commissione europea non è cosa da poco per chi continua a credere nel senso più profondo in un’Europa senza confini. Una dichiarazione senza vincoli o artifici che rendeva possibile il dissolvimento dell’euro e che ormai non era più un tabù nemmeno per quei politici che avevano dedicato una parte cruciale della loro carriera al sogno di un’unione con 331 milioni di abitanti, com’è oggi l’Eurozona.
Questa affermazione avveniva dopo le dichiarazioni di Trump dei “dazi protezionistici“, mettendo sullo stesso piano la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente russo Vladimir Putin, due figure che dal punto di vista della legittimazione democratica hanno ben poco da spartire. L’opinione pubblica tedesca cominciò a fare i conti su cosa vuol dire perdere il rapporto privilegiato con lo storico alleato dalla ricostruzione in poi, gli Stati Uniti. Inoltre le tensioni con la Russia, infiammavano i Paesi dell’Est, spesso legati politicamente e socialmente al governo di Berlino.
La Germania, in questi anni di crisi delle ambizioni europee, ha anteposto i propri interessi economici su tutto.
Qualche cifra giusto per capire le dimensioni del problema: nel 2015, l’ultimo anno per cui sono disponibili dati così dettagliati, i tedeschi hanno esportato negli Stati Uniti merci per 113 miliardi di euro, più della Francia.
Allo stesso tempo le importazioni d’Oltreoceano si sono fermate a 60 miliardi di euro, regalando al “made in Germany” un avanzo commerciale positivo di 53 miliardi. C’è da dire che nessun altro mercato per l’industria tedesca, genera così tanta ricchezza.

Nel discorso d’insediamento di Trump, definito da alcuni osservatori “un pugno in faccia all’Europa“, la Germania si ritrovava a interrogarsi sul futuro proprio e della moneta unica, che le aveva permesso in questi anni di prosperare e che ora avrebbe avuto bisogno di riforme che il governo di Berlino era disponibile a fare.
In una lunga analisi pubblicata al debutto del neo presidente americano, il settimanale tedesco “Der Spiegel” elencò le difficili sfide che attendevano la Merkel: la Brexit e l’avanzata delle destre e dei populisti, in un anno dove avrebbero convogliato il voto i Francesi, gli olandesi e i tedeschi stessi. Oggi sappiamo che l’Europa ha uno sguardo volto a destra con l’avanzata di partiti o movimenti considerati populisti.

Le rinnovate sanzioni alla Russia decise dopo l’invasione dell’Ucraina, indebolite dall’asse Trump-Putin, sottolineavano il pericolo che le celebrazioni previste in marzo per i 60 anni dei trattati di Roma potevano essere “l’ultimo brindisi per l’Europa”.
Arrigo Sadun un economista con una lunga esperienza a Washington e Roma invitava alla prudenza dicendo: “Ancora non conosciamo le specifiche misure che la sua amministrazione adotterà in materia di scambi”.
il 14 marzo di quest’anno su un articolo pubblicato da “Linkiesta” si fa riferimento proprio alla guerra dei dazi e le ragioni di Trump, denunciando che era solo l’ultimo capitolo di un liberismo mondiale sempre andato a singhiozzo… Si fa riferimento ad una telefonata del presidente francese Emmanuel Macron al presidente americano per metterlo in guardia da una possibile rappresaglia e il rischio di un’escalation pericolosissima.
A fronte di tariffe del 25% sull’acciaio importato e del 10% sull’alluminio, gli europei vogliono colpire il bourbon, le Harley Davidson e i mirtilli rossi; la Casa Bianca ha già detto che in tal caso taglierebbe le importazioni di auto europee (un mercato da 36 miliardi di dollari). In pratica sembra di assistere ad una partita al Monopoly…
Sta di fatto che i francesi non sono esattamente impreparati al libero scambio e lo stesso si può dire di buona parte dei paesi europei. La Ue, con i sussidi ai suoi agricoltori, ha creato una delle più antiche, ampollose e consistenti barriere ai commerci internazionali colpendo non solo gli americani, ma gli africani e gran parte dei paesi in via di sviluppo. L’industria e i servizi non sono da meno. Una società non europea non può possedere la maggioranza di una linea aerea, per esempio. Per non parlare delle tasse sui colossi high tech e sui campioni dell’economia digitale brandite come spade della giustizia distributiva. Quindi ci sono tante belle gatte da pelare e prima di rispondere con minaccia a minaccia, sarebbe bene tenere calmi gli animi.

Italexit?
In Italia la campagna elettorale e stata costellata dalle tante promesse, improntata sulla maniera di come il nostro Paese intenda riposizionarsi all’interno dell’Unione Monetaria Europea e sull’eventualità dell’abbandono unilaterale della moneta unica. Questa possibilità è in cima al programma leghista e il progetto è condizionato dall’eventuale mancata abrogazione e/o modifica dei Trattati europei.
In questi ultimi anni ci sono stati studi e proiezioni in previsione dell’uscita italiana dall’euro, Il nostro Paese tuttavia al momento appare spaccato in due, tra sostenitori della permanenza nell’euro e suoi detrattori.
Si sono fatte varie teorie su costi e benefici che l’economia italiana trarrebbe dall’abbandono della moneta comune europea, così come le più svariate proposte di riforma dell’attuale assetto istituzionale dell’UME. La maggior parte di questi tecnocrati si sofferma sulle previsioni, valutando costi e benefici dell’italexit. Tutte queste previsioni, sono naturalmente basate su concetti e variabili stabilite, di conseguenza l’evoluzione politica ed economica fanno di questi “esercizi” delle previsioni empiriche proprio perché influenzabili dalla reale evoluzione di vari elementi. Non esistono parametri sicuri sui quali basarsi su proiezioni a breve, medio e lungo termine.
L’irrazionalità delle politiche e delle scelte di sacrifici imposti ai paesi dell’eurozona è evidente!
Questa politica di austerity ha ingenerato processi di incremento della disoccupazione, forti crisi individuali per le piccole e medie imprese, con evidenti ripercussioni anche per le grosse aziende nonché, l’aumento del debito pubblico.
L’abbandono della moneta unica e la reintroduzione della lira, consentirebbe la sua svalutazione, si diverrebbe quindi maggiormente appetibili per gli importatori esteri, crescerebbe la domanda e con questa la produzione e l’occupazione. La svalutazione potrebbe essere anche la naturale conseguenza del rapporto di cambio con l’euro.
La svalutazione tuttavia significa perdita del potere d’acquisto, inoltre si avranno differenze svantaggiose con l’importazione. Implicitamente allora, tale condizione obbligherebbe ad un “nazionalismo dei consumi”, con buona pace di tutti i partiti nazionalisti, ma sarebbe una soluzione d’autosegregazione commerciale, si potrebbe vivere del solo prodotto nazionale? Non si rischierebbe così la ghettizzazione economica?
E’ chiaro che, tali scelte dovrebbero essere moderate e si dovrebbe comunque continuare la politica degli scambi internazionali import-export.
Dopo il conflitto bellico mondiale la Germania per uscire dalla forte crisi economica scelse di prediligere per i propri consumi il prodotto nazionale risollevando così gradualmente le sorti produttive e occupazionali; naturalmente tempi e contesti erano profondamente diversi da quelli contemporanei.
A detta di coloro i quali sostengono l’impossibilità dell’uscita dall’euro è indicata come una falsa convinzione che l’uscita dall’euro possa far recuperare al Paese la sovranità monetaria. Tale convinzione è in conflitto col fatto che l’Italia ha già rinunciato a tale sovranità nel 1981 quando venne sancito il divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro.
Sono proprio Europa e debito, i grandi assenti del dibattito politico. In queste ore la Lega è impegnata nelle beghe della coalizione e a frenare l’esuberanza e le intemperanze di Berlusconi e limare le teorie, rilanciando il tema dell’uscita dell’Italia dall’euro. Mentre il leader del M5S Luigi Di Maio riadegua a sua volta, la posizione storica dei grillini sulla necessità di indire un referendum sull’euro, dichiarando: “non credo che per l’Italia sia più il momento di uscire dall’euro”. In questo contesto il Pd ha evidenziato nelle ultime settimane la posizione pro Europa.

Insomma siamo passati degli attacchi all’Europa degli “zero virgola” a l’Europa dei burocrati. Alla base del dibattito resta il tema del superamento dell’austerity. L’idea di fondo è sempre quella del ritorno a Maastricht ipotizzato da Matteo Renzi, mantenere il deficit sotto il 3% rafforzando nel contempo la crescita e resta la proposta di rivedere il fiscal compact, anche se è considerato un pò da tutti i partiti una gabbia troppo rigida. La proposta del Pd è che il nuovo fiscal compact tenga conto, oltre che del rapporto tra debito sovrano e Pil, anche della ricchezza finanziaria privata di un Paese bisogna dre che, in Italia il debito è più affidabile perché è finanziato in buona parte con proprie risorse interne questo garantisce di tracciare tempi di rientro più ragionevoli. Niente uscita dall’euro neanche per Liberi e uguali. Il contendente più accreditato che insidia la guida della Sinistra al Pd, indirizza il dibattito sul
superamento del fiscal compact attraverso la golden rule, che permette la scorporazione degli investimenti pubblici dal conteggio del deficit nel rispetto del patto di stabilità tra gli stati membri. Quindi sì al ricorso all’indebitamento solo per finanziare spese di investimento, a detta del bersaniano Alfredo D’Attorre: “L’effetto moltiplicatore degli investimenti, porterebbe il bilancio in equilibrio nel giro di tre anni con effetti anche sul debito”.

L’evidente estemporaneità dei programmi di politica economica di Forza Italia e Lega che si riflettono in modi diversi nel rapporto con l’Europa troverà sempre uno scontro aperto nell’alleanza del centrodestra, resta Il cuore comune che è la Flat tax, a cui viene attribuita un capacità espansiva tale (la Lega parla di un Pil in crescita del 3% in termini reali dopo i primi due anni di legislatura) da mettere il deficit/Pil e il debito/Pil su una traiettoria discendente e stabile con un avanzo primario che secondo il partito di Salvini si collocherebbe sopra il 2% del prodotto. Fi accompagnerebbe l’imposta ad aliquota piatta con un taglio del rapporto spesa pubblica Pil di sette punti percentuali nell’arco della legislatura (ora siamo attorno al 47%). Ma se Fi vuole portare avanti il suo atteggiamento politico di espansione nel pieno rispetto delle regole comunitarie e senza mettere in discussione la moneta unica, la Lega punta invece a una riformulazione dei Trattati, alla luce del mutato contesto economico. Un’unione monetaria per 19 economie è stata una soluzione disastrosa e assolutamente da riconsiderare partendo dalle necessità delle piccole e medie imprese. L’euro è dunque in discussione, ma la soluzione sulla moneta unica dovrebbe essere trovata solo al termine del confronto a tutto tondo sull’Ue, la sua governance e le sue regole economiche a partire dal fiscal compact.

Per il M5S, l’uscita dall’euro non è più ora una priorità ma un’extrema ratio. Bisogna “contare di più” in Europa per difendere le imprese italiane e puntare su una riforma della governance dell’Unione che recuperi gli spazi di sovranità sottratti dai Trattati.
Una strategia che si sposa bene con un’azione politica economica che punta ad uno sfondamento della soglia del 3% del deficit/Pil per finanziare investimenti produttivi e incrementare il welfare.
Il M5S punta a tagliare 50 miliardi di spesa pubblica improduttiva e abbattere il debito di 40 punti. questa è la strategia per riequilibrare la finanza pubblica.
Da molti provengono pareri freddi sui tagli dei costi della Politica che sono parte integrante del disegno del contenimento della spesa pubblica improduttiva, ma è evidente che il sacrificio non possa riguardare solo l’italiano medio e/o le piccole e medie imprese, lasciando inalterati privilegi immotivati prerogativa di una vecchia Politica.

Sulla carta, le teorie e le possibili soluzioni al proseguimento sulla strada dell’euro, seppure con i giusti correttivi ad iniziare dai “Trattati”, sono molteplici, come pure lo sono le teorie che suggeriscono l’uscita dall’eurozona. Questo è un Paese dove il lunedi siamo tutti allenatori di calcio ma purtroppo non siamo tutti degli economisti alla Keynes che con guizzo intuitivo trovò la soluzione alla crisi del ’21”.
Lo status quo non rappresenta la soluzione ottimale e in un caso o nell’altro, urgono immediate proposte concrete, ben lontane da inutili voli pindarici.