CRIMINALI DEL CYBERBULLISMO. RAGAZZINA SI GETTA DALLA FINESTRA DI SCUOLA

DI COSTANZA OGNIBENI


È in un piccolo comune del Veneto Orientale che si è consumata la quasi-tragedia avvenuta Martedì 17 Aprile in una scuola media di quartiere. Sembrava una giornata qualsiasi e A. (nome riservato per motivi di privacy) alzava la mano per chiedere di andare in bagno. Permesso concesso, ovviamente; ma se la prof. avesse sospettato minimamente cosa balenava nella mente della tredicenne in quel momento, si sarebbe ben guardata dall’accordarglielo: di lì a poco, la ragazza è stata rinvenuta da un collaboratore scolastico stesa a terra nel cortile. Si era gettata dalla finestra. Una frattura all’anca, lesioni alle vertebre, l’ambulanza. A. è ora ricoverata nel reparto pediatria dell’Ospedale di Ca’ Foncello di Treviso, in attesa di essere operata.
Si chiama cyberbullismo il movente del tentato gesto estremo, che purtroppo non risulta nemmeno un caso isolato. Un fantasma che si aggira per le scuole dell’era 2.0; una forma di vessazione forse ancora più pericolosa del bullismo con cui un po’ tutti abbiamo dovuto fare i conti in quella che è definita l’età più difficile. Impalpabile, indiretto, ma soprattutto virale e proprio per questo incontrollabile. Se prima il teppistello della classe poteva diffondere le sue antipatie e coinvolgere nelle sue angherie una manciata di compari, oggi tutto è amplificato e la bravata di due ragazzini assume dimensioni esponenziali, che spesso sfuggono al controllo stesso di chi le ha messe in circolo. E, come se non bastasse, ad aggiungere il suo bel carico da mille ci si mette il fattore “schermo”: un rettangolare pezzo di vetro più o meno piccolo a seconda del dispositivo con cui si commette il misfatto, che crea una comoda e insormontabile barriera tra l’aggressore e l’aggredito, tra l’azione e la realtà con le sue conseguenze. Se prima prendersi beffa di qualcuno comportava in qualche modo un confronto diretto; se prima la relazione tra vittima e carnefice era un tête-à-tête dove comunque, per quanto poco contasse per l’aggressore, lo sguardo di sofferenza dell’aggredito lo doveva in ogni caso affrontare, oggi le cose sono radicalmente cambiate. Siamo tutti “leoni da tastiera”, si dice spesso, e non c’è massima più calzante in questo caso. Le parole rimangono le stesse, forse ancora più pesanti, come anche le ferite che provocano. Quello che manca è il contatto con la realtà, la conseguenza diretta di quella mina lanciata, magari solo per scherzo o per gioco, in un pericolosissimo appiattimento che rende innocua qualsiasi forma di violenza messa in atto: dalla parola di troppo, allo sfottò; dal pettegolezzo sino ad arrivare alla diffusione di foto riservate.
Viene da chiedersi se effettivamente la faccenda possa ricondursi ai soli fatti narrati, poiché, da sempre, i ragazzi si distinguono l’uno dall’altro anche per la capacità di reagire, a questi soprusi. E non tutti arrivano a gesti estremi, ma ciò che senz’altro può influire sulla loro capacità di ribellarsi è l’ambiente che li circonda. Dai professori alle famiglie; oggi le scuole sono altresì dotate di team di psicologi pronti ad ascoltarli non appena ne sentano la necessità o ricevano la segnalazione da qualche insegnante. A. il sostegno della famiglia sembrava averlo: già quattro mesi fa la ragazza aveva confessato alla madre di essere stata insultata da un gruppo di coetanee all’interno di una chat, e, una volta entrata in possesso del materiale, la donna non aveva esitato a denunciare il fatto ai carabinieri. Vi era stato anche un accesso al pronto soccorso per compiuti atti di autolesionismo e questo aveva portato la madre a rivolgersi anche al servizio sanitario nazionale affinché la figlia ricevesse il necessario supporto psicologico. E in questi mesi, passo dopo passo, A. sembrava stesse uscendo dalla crisi e gli insulti cominciavano ad assumere le sembianze di spiacevoli ricordi. Ma nell’ultima settimana il malessere si era nuovamente manifestato. Poco ci è voluto a sospettare che gli imputati si trovassero nuovamente fra i banchi di scuola, e stavolta lo stesso preside era stato scomodato. Ma anche le misure più giuste, anche le attenzioni più oculate non sono bastate a far capire ad A. che non era sola. O forse sì, poiché senza quelle accortezze, probabilmente oggi saremmo qui a raccontare una tragedia ancora più grossa.
Non è certo questa la sede per comprendere come i ragazzi possano acquisire quella capacità di reagire necessaria per far fronte a una realtà che, complice la tecnologia, si fa sempre più avversa e che bisogna imparare a conoscere. Ciò che si può dire è che il cyberbullismo sta assumendo dimensioni sempre più importanti e, come ogni cambiamento epocale, ha bisogno di nuovi strumenti per poter essere affrontato.