LEI NON HA CAPITO CHI E’ CHE COMANDA QUI, PROF

DI CHIARA FARIGU

Forse non merita alcun commento l’ennesimo atto di violenza ai danni di un prof 64enne dell’Istituto tecnico Carrara di Lucca. Di certo, quel video, postato su WhatsApp, e diventato virale in breve tempo, andrebbe rimosso dalla rete. Si ha come l’impressione che più se ne parla, nonostante si stigmatizzi ogni episodio reso noto dalle cronache, più il fenomeno, anziché diminuire, aumenti a dismisura. Aumenta la spavalderia, cresce l’intensità dell’insulto, diventa più violenta l’aggressione e la conseguente umiliazione del docente che subisce, impotente a ogni tipo di insulto. Anzi, dopo averle prese, si colpevolezza e perdona.
I tre bulli  di Lucca, meglio sarebbe definirli delinquenti, sono tutti minorenni. Eppure devono essersi sentiti “grandi” quando hanno accerchiato il loro prof per minacciarlo e umiliarlo, reo di aver dato una insufficienza ad uno di loro.
“Mi metta 6 e non mi faccia incaxxare, Prof” gli ha urlato, con voce e sguardo che non ammetteva replica. E mentre due lo incalzavano, il terzo filmava e postava in rete la loro “bravata”. “Lei non capito chi è che comanda qui, vero? Si metta in ginocchio”, gli ha intimato mentre cercava di strappargli il registro.
Risate in sottofondo. Fine della scena.
Con quella domanda “Chi è che comanda qui?”, si è toccato un punto di non ritorno. Hanno preso il sopravvento l’arroganza, la maleducazione, il degrado dei valori, l’accondiscendenza delle famiglie pronte a difendere l’indifendibile, sempre. La scuola è impotente, spacciata. E la sanzione che il consiglio di classe si appresta a comminare ai tre, ora iscritti nel registro degli indagati dopo la denuncia sporta alla polizia, sarà del tutto irrilevante. Come le scuse che il gradasso pare abbia porto dopo il suo gesto inqualificabile.
Avanti il prossimo. Perché è certo che ci sarà. Magari domani

AGGIORNAMENTO ********************

Da un’intervista rilasciata dal preside Cesare Lazzari, si apprende che i tre si erano già resi protagonisti di alcuni episodi di “scarsa disciplina” e “applicazione allo studio”, due modi eleganti per dire che il terzetto era un manipolo di delinquenti in erba che si servivano della scuola per le loro malefatte. “Li avevamo inseriti in un percorso, ma l’episodio diventato di dominio pubblico ha dimostrato che, complici i social network, questi studenti non sanno riconoscere il limite che c’è e deve esserci tra uno scherzo e un reato. E la cosa disturba ancora di più perché a loro è stato insegnato e viene insegnato anche il diritto”. Denunciarli, dichiara il DS è stato un atto dovuto anche perchéquei ragazzi non capiscono altro linguaggio che quello della repressione. Mi auguro che il prof faccia altrettanto”.

 

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