JULIO CESAR: IL PORTIERE – SARACINESCA DEL TRIPLETE LASCIA IL CALCIO

DI LUCA MARTINI

Mi accadde di trovarmi per caso seduto alla Scala (quella vera, non San Siro) accanto a Milly Moratti il giorno dopo che Julio Cesar eliminò ai rigori il Cile nei mondiali brasiliani.
Le chiesi perché avevano dismesso il grande Cesar senza che neanche gli potessimo dire Ave (quante volte gli avranno fatto quel titolo?), in un giorno grigio di un anno grigio: come potrebbe essere il mondo quando lascia la porta dell’Inter venduto alla chetichella a chissachi il mitico portiere del Triplete? Lady Moratti Jr mi disse gentilmente che JC era un immortale, certo, ma che «aveva un difetto tipico di certi giocatori sudamericani».

Fu anche più specifica ma non l’ascoltai perché non avevo voglia di pensare al misterioso caso della distruzione della Lamborghini bianca; ma chissenefrega. Quella volta Julio giocò subito dopo contro il Chelsea, era mezzo scassato e fece l’unica mezza papera che gli ricordo (l’altra in casa con il Catania, ma aveva il sole in faccia – come tutti i vincenti).

Ho cominciato con un ricordo personale il pezzo su JC, l’Acchiappasogni (copyright Scarpini) che lascia il calcio perché tutti noi interisti avevamo un rapporto personale con Julio Cesar. Lo amavano, come si ama il portiere più forte del mondo, anzi meglio, il portiere più coraggioso del mondo.

Io e mio nipote Paolo, che negli “anni di Julio” mi è cresciuto a fianco nel posto del secondo anello da 1.20 a 1.90, avevamo capito subito che era un portiere speciale.

Prima di tutto perché faceva delle uscite alte in pose plastiche degne di Fidia (arrivava dopo Toldo…), poi perché come Mandrake ipnotizzava gli uomini che gli venivano incontro a rete, soli, uno contro uno, con la palla al piede.

Ammiravamo gli pseudo difetti come il fatto che parasse con la mano di richiamo e che qualche volta si buttasse ancora sulla pancia come i portieri cuccioli. Più ovvio che restassimo estasiati per come giocava con i piedi, cosa in cui era fortissimo.

Solo la burocrazia (credo) gli impedì di giocare a centrocampo una partita che non contava, ma per noi avrebbe potuto anche giocare la finale di Coppa; non per niente Milito segnò il secondo gol su rinvio, cioè assist, di Julio. Ma Julio la Coppa l’aveva già vinta quando con la manina tolse dall’angolino la famosa palla decisiva a Messi.

Gesto immenso. Ma fu immenso anche quella volta che, dopo una delle tante sconfitte del post Triplete, tornò a casa a piedi uscendo dal Meazza a testa bassa insieme a noi.

Oggi Julio tira su la clèr della sua porta a 38 anni (giocava nel Flamengo) e noi lo festeggiamo perché sta rilasciando col sorriso dichiarazioni assennate e modeste e siamo felici perché non lo vedremo mai più prendere gol.

Ma ne ha mai presi, poi? Io e mio nipote non ce ne ricordiamo.