“VERGOGNA” QUESTO L’URLO DELLA MADRE DI MARCO VANNINI

DI RENATA BUONAIUTO

“Mi vergogno di quello che ho fatto. Ho fatto una grossa stupidata, ero preoccupato per tutto, anche per il mio lavoro. …” 
Inizia così la deposizione di Antonio Ciontoli, che lo vede, insieme alla sua famiglia imputato per la morte di Marco Vannini.
La chiama “una grossa stupidata”, aver provocato la morte di un ragazzo di soli 22 anni.
Era “preoccupato per il suo lavoro” ma, Marco non c’è più. Il 18 maggio 2015, è stato ucciso dalla “famiglia Ciontoli”.
Perché è questo quello che è accaduto. Non è morto per il colpo di una pistola, che non doveva essere lì, non per uno stupido gioco fra il giovane Marco e suo “suocero”, ma per un vero e proprio omicidio a cui hanno preso parte tutti, indistintamente, ognuno per la sua parte.
Quello che sappiamo o meglio quello che ci hanno raccontato su quella notte è noto a tutti.
Marco era fidanzato con Martina e quella sera, come spesso accadeva, aveva deciso di restare a dormire da lei. In casa oltre ai genitori della ragazza c’era l’altro figlio Federico e la sua fidanzata, Viola Giorgini.
Quando Marco ha telefonato alla mamma per dirle che non sarebbe rientrato, forse lei ha tirato un sospiro di sollievo, era più tranquilla immaginandolo dai suoceri e sapendo che non sarebbe rientrato da solo, di notte con tutti i pericoli della strada, non ha pensato nemmeno per un attimo che proprio in quella casa suo figlio avrebbe trovato la morte.
Le bugie iniziano subito, infinite bugie. Marco sarebbe stato in bagno a fare una doccia, ma la porta sarebbe rimasta aperta, mi sembra inverosimile che un giovane possa pensare di non chiudere a chiave la porta dal momento che in casa c’erano così tante persone, ma questa è solo la mia opinione.
Il suocero non aspetta che Marco finisca la sua doccia ma, entra, si trattiene con il giovane a mostrargli le armi, lasciate incustodite sulla scarpiera, quindi ne impugna una, spara.
Si dichiara convinto fosse scarica, lo colpisce sotto un’ascella. Marco perde molto sangue, soffre, chiede aiuto ma, alle persone sbagliate.
La loro attenzione, dai frastagliati ed ancora menzogneri racconti che seguiranno, non è per soccorrere il giovane ma, per nascondere le armi, asciugargli i capelli, non sporcare il divano, il tappeto.
Marco verrà infatti trovato a terra, dopo molte ore, perché passeranno ore prima che si decidano a chiamare gli operatori del 118 ed anche a loro parleranno di una ferita ad un braccio causata da un pettine a punta, non di un colpo d’arma da fuoco.
Le condizioni appaiono ai soccorritori subito disperate, viene chiamato un elisoccorso ma riuscirà solo ad alzarsi in volo, pochi minuti dopo un arresto cardiaco spegnerà ogni speranza per la madre, di poter rivedere lo splendido sorriso di suo figlio.
Marco poteva salvarsi se avessero chiamato subito un’ambulanza, se avessero avvisato i genitori, se avessero ammesso le loro colpe ma, non l’hanno fatto. In una lucida follia hanno pensato alle loro vite a come poter far apparire tutto questo come un incidente domestico, un destino avverso, sarà proprio Martina, credendo di non essere ascoltata, a pronunciare queste folli parole: “Era destino che Marco morisse”.
Non c’è amore in lei, né rabbia, né disperazione, non c’è pietà per il suo ragazzo ma indifferenza, distacco.
Non c’è compassione in Federico, che si preoccupa dell’esame da dover sostenere qualche giorno dopo.
Non c’è partecipazione in Viola, che assiste passiva alla morte di un amico.
Ma più di tutti sconvolge Maria, una mamma che non sente il bisogno di proteggere quel “figlio”, non sente urlare dentro di sé la forza per intervenire, non sente quell’istinto che anche un animale prova quando vede un cucciolo in pericolo. Non affronta il marito, non si precipita a soccorrere Marco, non chiama i genitori, perché possano confortarlo, stargli vicino.
Marco non c’è più. Loro da tre anni proseguono la loro vita.
Ho fatto una grossa stupidata”, ma continuano a vivere.
Per la mamma di Marco invece nulla sarà più come prima, lei è rimasta sospesa a quel maledetto 18 maggio in attesa di una giustizia che non gli restituirà la vita ma almeno forse potrà fermerà quella di una “famiglia diabolica”.
Ed è per questo che quando ieri nell’aula del Tribunale di Roma, la sentenza ha decretato per Antonio Ciontoli, 14 anni di reclusione, per sua moglie ed i due figli 3 anni ed assoluzione per Viola Giorgini, un urlo straziante ha risuonato violento e forte, prima in quei luoghi e poi attraverso i microfoni è giunto anche nelle nostre case: “Assassini…Assassini…Vergogna!”.
Questa volta però le parole non erano rivolte solo alla famiglia Ciontoli, ma all’intera Giustizia.
A lei, la famiglia Vannini aveva affidato il proprio dolore, certa di poter trovare conforto, di poter ricevere almeno il riconoscimento di una “giusta” pena, ma non è stato così.
Dure ma comprensibili le sue parole: ”Vergogna, vergogna, è uno schifo come posso credere ancora nella giustizia. Mi hanno ammazzato un figlio a vent’anni. Vergogna!”.