LA NUOVA STORIA DI ARIA FRITTA, “IL SALTO NEL BUIO”

DI DARIO CELLI

“Ho immaginato tante volte momenti come questo, giorni come questo.
Ho pensato a come sarebbe stato guardarmi indietro e fare un bilancio dei miei primi anni a New York. Ho desiderato vedere la me stessa del prossimo futuro, con una manciata di nuove esperienze sotto il braccio e qualche sogno realizzato.

Tre anni oggi sono atterrata al JFK con un bustone giallo nello zaino che conteneva i miei documenti d’immigrazione, grazie alla vincita della Green Card alla Lotteria.

Tre anni oggi mi sono seduta in una saletta appartata dell’aeroporto aspettando il mio turno per il famoso timbro sul passaporto.

Tre anni oggi, un taxi mi ha lasciata davanti a una casa di Brooklyn, in una zona dove non ero mai stata prima, insieme alle mie due valigie, ad aspettare qualcuno che non ero nemmeno sicura arrivasse.

Quel 19 aprile 2015 è stato il più grosso salto nel buio che io abbia mai fatto. Ma, come molti avevano anticipato, il difficile non è partire, è RESTARE.

Il difficile è resistere quando non hai ancora un lavoro, non conosci nessuno, non hai alcun tipo di routine e tutto ciò che ti è familiare vive a 6.500 chilometri di distanza.

Il difficile è abituarti a pensare in un’altra lingua.

È capire le sfumature di una cultura diversa.

È imparare da zero cose che davi per acquisite e arrendersi al fatto che non potrai mai capire certi nuovi meccanismi.

Dopo tre anni, mi sono lasciata alle spalle un bel po’ del ‘bagaglio’ che avevo portato dall’Italia.
Ho abbandonato la negatività, il pessimismo e l’atteggiamento del ‘tanto non cambia niente’.

So da dove nasce e che è ampiamente giustificato dai fatti ma, oltre un certo limite, diventa una profezia che si
auto-avvera.
Qui dicono ‘Fake it til you make it’, ‘Comportati sempre come se fossi certo che ce la farai’: il cambiamento inizia dal nostro atteggiamento verso le cose, inizia dal modo in cui pensiamo e ci rapportiamo al problema, inizia dal modo in cui lo affrontiamo ‘nel nostro piccolo’.

 Ho smesso di criticare quel che non va dell’Italia perché era uno spreco di energie: non ne è mai nata una discussione costruttiva. Il dibattito si polarizza, le critiche non vengono recepite e diventa una mera battaglia di retorica e piccolezze.
Ho spento il neurone del pettegolezzo.

‘If you don’t have anything positive to say, SHUT UP’, dicono qui: ‘Se non hai niente di positivo da dire, STAI ZITTO’. E qui, onestamente, ogni giorno ho appena il tempo di occuparmi di un quarto delle cose che m’interessano e mi appassionano: le vite degli altri non sono tra le mie priorità.

In questo viaggio, essere da soli ha sia vantaggi che svantaggi.
All’inizio, in particolare, pesa non poter condividere gran parte delle esperienze. Perché chi ‘resta’ non può capire, e chi ‘ci è passato’ molto spesso ha fatto un percorso talmente diverso che il confronto è complicato.

Ma, stringendo i denti abbastanza a lungo, mi ci sono abituata alla solitudine.
Con un po’ di creatività e di positività, l’ho fatta diventare un punto di forza, una condizione intorno alla quale mi si è aperto un ventaglio infinito di possibilità.

Ho smesso di avere paura della solitudine, ed è stata una delle più grosse conquiste a cui questo viaggio mi abbia portato: non c’è senso di libertà più grande di quel che si percepisce quando si superano le proprie paure.

Sono libera di andare una settimana a camminare nel deserto.
O nei boschi.
Libera di salire su un aereo e andare verso un altro Continente.
O di scegliere un autobus a caso e vedere dove mi porta.
Libera di muovermi o di restare ferma.
Libera di avere la mia routine o di cambiare continuamente.
Libera di essere chiunque io scelga di essere.

Parte di queste libertà è anche dovuta al fatto che ho scelto di chiamare casa New York City.

Una città dove tutto diventa possibile.
Dove i sogni si tirano fuori dal cassetto e diventano piani da realizzare.
Dove il tempo va più in fretta.
Dove non passa giorno senza che impari qualcosa di nuovo.
Dove i parametri di normalità sono così diversi che ci si abitua a essere considerati matti.
Dove tutti corrono ma, se qualcuno cade, si fermano ad aiutarlo almeno in tre.

Tre anni, due lavori e mezzo, due appartamenti e un moroso dopo, cerco di non dimenticarmi di ringraziare il destino che mi ha offerto questa nuova vita.
Ma cerco anche di ricordare che la fortuna aiuta gli audaci.

E il mio motto è ancora ‘Memento audere semper’.
‘Ricorda di osare sempre’“.

(Alessandra Perotti)

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