SANA VOLEVA SPOSARE UN ITALIANO, UCCISA DA PADRE E FRATELLO

DI CLAUDIA SABA

Sana Cheema, 25 anni, è una ragazza di origine pakistana sgozzata dal padre e dal fratello.
Morta perché innamorata di un ragazzo italiano con cui aveva deciso di sposarsi.
Sana Cheema, viveva a Brescia sin da piccola.
Qui aveva studiato e incontrato l’amore. E con quell’amore voleva
costruire una nuova vita.
Ma non aveva fatto i conti con le regole e i pregiudizi
della sua famiglia.
Da circa due mesi si era recata nel Gujarat, sua regione d’origine, per far visita ai suoi familiari.
Ma da lì non era più tornata.
Era stata uccisa da padre e fratello.
I due uomini avevano vissuto con Sana per molto tempo, ma si erano spostati in Germania per cercare nuove opportunità lavorative.
Lei era invece rimasta a Brescia e dopo gli studi, aveva trovato lavoro in città. Frequentava da anni un ragazzo italiano e, con lui, aveva fatto progetti di vita in comune, di matrimonio, nonostante la sua famiglia si opponesse da sempre, alla loro unione.
Sarebbe proprio questa, la causa dell’omicidio.
La trasgressione di Sana alle regole ferree della famiglia, il suo voler essere italiana a tutti gli effetti, l’hanno portata alla morte.
L’omicidio di Sana ricorda la vicenda di Hina Saleem, la ventenne pakistana che venne assassinata nell’agosto 2006 a Sarezzo, sempre nel bresciano.
Hina venne uccisa per lo stesso motivo di Sana.
Aveva un fidanzato italiano e vestiva troppo all’occidentale. Il padre, lo zio e due cugini furono accusati di aver sgozzato la ragazza e di averla seppellita nel giardino di casa con la testa rivolta alla Mecca.
Padre e fratello sono stati assicurati alla giustizia e subito tratti in carcere.
Stupisce e lascia inorriditi, constatare l’onnipotenza di cui si vestono alcuni uomini che, in qualsiasi luogo al mondo, usando la religione come alibi, si arrogano il diritto di decidere della vita e della morte di una donna.
Una morte legata, quasi sempre, al suo essere donna e come tale, poter essere considerata soltanto una “cosa”.
Sana come Hina, soltanto “cose” da guardare, nascondere e poi buttare via.