I TRANSFUGHI RUSSI SI GUARDANO LE SPALLE

DI GUIDO OLIMPIO

Il misterioso caso Skripal li ha spaventati. E poco importa chi ci sia dietro il tentato omicidio dell’ex agente finito, grazie a uno scambio di spie, in Gran Bretagna: chi è passato all’Ovest si considera in pericolo. Girano voci di possibili ritorsioni da parte del Cremlino, segnalazioni concrete si mescolano alle voci di una guerra di propaganda. La morte – dicono – può essere ovunque. Quando apri un plico, se incontri la persona sbagliata nel metrò, mentre sorseggi una bibita.
I timori sono accresciuti dalla conoscenza dell’apparato russo. Il laboratorio speciale è in grado di sviluppare sostanze letali, pozioni, miscele tossiche. I tecnici della Kamera – così era nota la sezione dei servizi segreti sovietici che si occupava degli avvelenamenti, e così sono ribattezzati dal 1991 i laboratori dei servizi russi che producono armi biologiche e chimiche – sono tra i più abili, pronti a fornire le armi invisibili ai funzionari chiamati a eseguire una “operazione bagnata”. Cioè, nel vecchio vocabolario sovietico, un’eliminazione.
SERGEJ SKRIPAL e la figlia Yulia, affermano le autorità, sono stati colpiti dal Novichok, un letale agente nervino. Londra accusa Putin, altri sospettano una vecchia vendetta di colleghi di Skripal magari in collusione con ambienti criminali, o una ripetizione del caso Litvinenko, agente dissidente russo fatto fuori nel 2006 con il polonio. Non manca neppure lo scenario di una provocazione per creare nuove tensioni tra la Nato e il rivale di sempre. La gestione pasticciata da parte dell’esecutivo britannico ha sollevato dubbi. Storie nuove di un duello infinito. Che però oggi è mutato, anche se spesso le barbe finte continuano a lavorare secondo la tradizione.
LO SPIONAGGIO è il mondo degli illusionisti. Ciò che vedi non è la realtà: magari è solo quello che vogliono farti credere. L’agente è un fantasma, un mago che vive di trucchi, una persona speciale che deve sembrare normale. In particolare quando è costretto a muovere in terreno ostile.
La sera del 7 dicembre 1982 due coppie di americani lasciano il complesso della loro ambasciata a Mosca a bordo di una vettura. I mariti – uomini della Cia – siedono davanti, le mogli dietro. Le guardie russe annotano il passaggio, i pedinatori del Kgb li aspettano su un loro veicolo. È la regola. I russi li seguono sempre, non danno respiro. Stessa cosa avviene a Washington con i ruoli invertiti. Il quartetto statunitense è ufficialmente diretto a una festa: una delle signore porta una grossa scatola che dovrebbe contenere una torta. In realtà gli agenti hanno un compito delicato: riavviare un contatto con una fonte preziosa. Il problema è seminare chi li segue. Seguite bene i passaggi. La vettura americana con i 4 a bordo procede a velocità normale, svolta in una traversa e per qualche momento scompare alla vista dei russi. Il guidatore rallenta usando il freno a mano per evitare di accendere gli stop, l’agente che sta al fianco del guidatore si lancia fuori, la moglie sposta la scatola sul sedile davanti. Premono un pulsante che apre a molla il contenitore proiettando verso l’alto una bambola gonfiabile truccata per sembrare un uomo. I pedinatori del Kgb sono di nuovo dietro e ai loro occhi nulla è cambiato: sul mezzo americano intravedono le sagome di 4 persone. La manovra ha funzionato. Dettagli che saranno svelati molto tempo dopo.
“Jack in the box”, così era stato soprannominato il dispositivo, era stato ideato dagli esperti di travestimenti dell’agenzia in collaborazione con una ditta che produceva air bag. Geniale quanto rudimentale. E comunque nulla rispetto alle diavolerie tecnologiche di oggi, un gradino sotto la fantasia, un gradino sopra la realtà.
UN MONDO CHE AFFASCINA, attira, spinge molti a sperare di essere assunti. La Cia pesca negli atenei, nei centri studi, nel settore militare ma, come qualsiasi impresa, mette gli annunci sul suo sito. Per qualsiasi specialità. Da chi è bravo a costruire modellini al poliglotta. Ognuno può trovare la propria. Lo stesso fa il Mossad israeliano. Ex membri dell’esercito, neolaureati, qualche figlio dei kibbutz sono il futuro braccio per azioni speciali. Non è detto che tutti superino le prove iniziali, con esercitazioni sul campo.
Il web, inserzioni sui quotidiani, pagine su Facebook sono diventate canali alternativi alla scelta diretta. Un modo per tenere il passo alla concorrenza del settore privato, allettante e remunerativo. Devi avere inventiva, nervi saldi, fantasia e disciplina in vista di quello che ti aspetta.
AMERICANI E RUSSI nella loro perenne battaglia si comportano come in un gioco di specchi. Non è diverso per i loro partner. C’è, tra coloro che lavorano nei servizi segreti, una componente legale. Sono sistemati all’interno delle rappresentanze diplomatiche all’estero, ricoprono incarichi normali, di solito il loro vero ruolo è ben noto agli avversari. In qualche modo hanno una funzione scoperta. Vanno a caccia di informazioni in modo soft, con contatti e colloqui. Frequentano eventi, conferenze, stabiliscono rapporti con personale locale. È come se tendessero una rete dove ogni tanto finisce qualche pesce. Si servono della persuasione, in qualche caso della pressione. In alcune situazioni il denaro serve, funziona, induce a tradire. Ma i superiori devono stare attenti che questi cacciatori non diventino a loro volta delle prede. Il servizio ostile può contro-manovrare per arruolarli. Sono ancora i soldi ad aprire il varco. Oppure il ricatto per una debolezza, una donna che li strega spingendoli nella classica trappola sessuale. Pochi giorni fa gli Stati Uniti hanno ordinato la chiusura del consolato russo di Seattle, sulla costa Ovest, una ritorsione per l’affare Skripal ma anche un modo per contrastare l’attività di personaggi troppo curiosi. Nella regione ci sono basi di sottomarini, impianti industriali strategici, fabbriche di aerei, teste pensanti e brillanti: in altre parole una riserva di caccia dove gli uomini di Mosca possono trafugare informazioni top secret. E quando non sono i finti diplomatici a farlo tocca agli illegali, la crema della crema, molto costosi da costruire.
GLI ILLEGALI, APPUNTO. Tutte le intelligence li hanno. Hanno attività normali, vite normali, talvolta con mogli e figli al seguito. Vanno al lavoro come qualsiasi cittadino. Ma ogni loro gesto serve a creare una paratia dietro la quale nascondono azioni clandestine. Un’agenzia di viaggi, una piccola impresa, l’occupazione in un centro studi devono distogliere l’attenzione dall’eventuale sorveglianza.
In queste esistenze parallele l’adrenalina è diluita con noia e routine. Il loro primo obiettivo è carpire segreti, il secondo è non farsi beccare. Ecco allora i profili insospettabili costruiti a tavolino. Uomini e donne con un passato falso a prova di verifica. I russi spesso rubavano le identità di bimbi morti in tenera età. Lo facevano dando un’occhiata agli annunci mortuari o recandosi in cimiteri di campagna. Già, i defunti. Duane Clarridge, personaggio incredibile della Cia, si era inventato un modo infallibile per tenere lontani i curiosi. Quando gli chiedevano quale fosse il suo lavoro rispondeva: «Ho un’impresa di pompe funebri».
Quella degli agenti illegali è anche l’arte dell’inganno. Come ha insegnato Ana Montes. Origini portoricane, è entrata nel servizio segreto militare Usa, lavorava nel cubicolo numero C6-146A, ad Anacostia, periferia di Washington. Era talmente brava che i colleghi l’avevano definita “la regina di Cuba”, sapeva tutto, teneva briefing ad alto livello. Ma per 17 anni ha tradito per conto dell’Avana. Riceveva ordini in codice attraverso messaggi su radio a onde corte. E le avevano insegnato a superare la macchina della verità con un trucco: mentre rispondeva alle domande – è la versione che si tramanda – stringeva l’ano. Va’ a sapere se è così. Ancora oggi chiunque può captare serie di numeri trasmessi da una stazione castrista, o sequenze lanciate dalla Nord Corea. Ma restano cifre incomprensibili.
IL MONDO ASSISTE a un grande safari. Prendi i cinesi, agguerriti e astuti, in movimento dall’Africa all’America. Hanno fame di dati sull’agricoltura, sullo sviluppo economico e ovviamente sugli ultimi progetti militari. Dal 2005 si sono dedicati anche alla lotta alla corruzione riportando a Pechino quasi 3mila fuggiaschi accusati di aver derubato lo Stato. Operazioni che sono dei veri rapimenti, con il bersaglio drogato, avvolto in una coperta e caricato su un mercantile. Un esercito di “studenti” scava invece negli Usa in cerca di formule, progetti, piani. Molti sono agenti a tempo pieno, altri sono costretti a collaborare da Pechino che esercita pressioni sulle loro famiglie. Laboriosi, poco visibili come tanti immigrati orientali.
Discreti e brutali i nord coreani. L’eliminazione del fratellastro del dittatore Kim con l’agguato al nervino a Kuala Lumpur ha rivelato la loro spregiudicatezza. Hanno sfruttato due povere donne trasformate – forse – in assassine inconsapevoli. Alle loro spalle una rete poderosa di società, occupazioni, ditte create ad hoc in molti paesi asiatici. Hanno una lunga storia e ordini ferrei. Per decenni hanno sequestrato donne straniere poi usate come “insegnanti”. L’Rgb nordcoreana, la sezione per le operazioni clandestine, ha spedito propri elementi ad assassinare i fuggiaschi con aghi contaminati. Nella dotazione dei sicari una micro-pillola al cianuro da ingurgitare in caso d’arresto. Metodi da Borgia. Ma sempre utili.
E se James Bond ha sempre la licenza di uccidere, spesso si affida al drone. La Cia del dopo 11 settembre ha condotto una campagna di eliminazione dei terroristi dove la morte è arrivata non dall’agente con la Beretta silenziata, ma dal cielo. Un missile sparato da un velivolo guidato a distanza da qualcuno che se ne sta seduto in una postazione in Virginia o in una base a nord di Las Vegas. E alla sera, finito il turno, torna a casa. Un pendolare.
Guido Olimpio