TRATTATIVA STATO-MAFIA: UNA SENTENZA STORICA

DI MARTA ECCA

Faccio parte di quella generazione nata e cresciuta sotto la coltre soffocante di Silvio Berlusconi.
Il maxi processo, la trattativa Stato-Mafia, le stragi, Falcone e Borsellino, hanno inevitabilmente e giustamente condizionato un certo impegno politico e sociale.

Quella di oggi, che vede l’ex deputato, eurodeputato, senatore, fondatore di Forza Italia, stretto collaboratore di Berlusconi da quarant’anni, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa per aver mediato tra Berlusconi e Cosa Nostra, è una sentenza storica e la vivo come uno di quei giorni da calendario segnati in rosso.
Ma sento anche tanta tristezza addosso.
Perché, avessimo avuto gli anticorpi giusti come società e Sinistra, lui, Silvio, non eserciterebbe ancora oggi un ruolo così importante e decisivo nella politica nazionale.

È una sentenza che racconta di collusione, complicità tra il male vero e chi avrebbe dovuto combatterlo, sangue e fallimento.
Il nostro, di coloro che della questione morale hanno fatto manifesto salvo poi accantonarle, le battaglie giuste. Come quella sulla legalità.
L’abbiamo fatto riabilitando Silvio Berlusconi come interlocutore e stringendoci più di un patto, per esempio, o governando con personaggi come Verdini, e tutte le volte in cui non abbiamo fatto chiarezza su certi sistemi di potere non proprio limpidi ma “portano voti e allora va bene.”

Ecco, se c’è una battaglia che il M5S sta vincendo è questa: rimanere pulito o fingere di essere tale agli occhi della gente.
L’insistenza con cui schifa Silvio Berlusconi, strumentalmente, avrebbe dovuto essere la nostra.
Invece ci siamo prestati, più o meno consapevolmente, allo svilimento di quei valori identitari che la sentenza di oggi rispolvera e assurge a manifesto di riferimento per una società imbruttita e che del rispetto delle regole se ne frega.
È che ha avuto pochi buoni esempi.