TRATTATIVA STATO MAFIA. LA STORIA D’ITALIA PASSA ATTRAVERSO I TRIBUNALI

DI ALBERTO TAROZZI

Con la sentenza di ieri, a Palermo, la giustizia italiana non ha solamente emesso una condanna sui rapporti tra organi dello Stato italiano e il potere mafioso. Con essa si è riscritto un pezzo della storia d’Italia agli inizi degli anni ’90. Una storia di omicidi e di attentati su cui il giudizio era rimasto lungamente in sospeso e che ancora sarà oggetto di interpretazioni e versioni diversificate.

Una cosa è certa: non si trattò di rapporti in cui le linee di demarcazione tra le parti in causa furono nette. Sicuramente tra i partiti e gli uomini di governo e di opposizione emersero fratture profonde e all’interno della stessa mafia si registrò una rottura che determinò una svolta radicale nelle sue strategie operative.
Partiamo dai partiti: sono in molti gli esperti di cose siciliane che sostengono che una forza politica, in Sicilia, abbia difficoltà ad affermarsi se ostenta in via preliminare e preelettorale un’opposizione frontale alla mafia in tutte le sue espressioni. Questo porta, successivamente, a una reciproca caccia ai cadaveri nell’armadio del concorrente più prossimo, nella speranza di trovarvi almeno l’odore del passaggio di qualche esponente mafioso.
Le accuse dei rivali hanno risparmiato solo raramente esponenti di spicco della politica siciliana, col rischio che, essendo tutti colpevoli, nessuno potesse poi essere denunciato per colpevolezza. La magistratura non deve solamente guardarsi le spalle dalla mafia che vuole disfarsi militarmente dei giudici scomodi. Deve anche fare attenzione a non destare il sospetto che, colpendo a destra, il dietrologo di turno non la accusi di voler fare da copertura a qualcuno a sinistra (destra e sinistra non intendono in questo caso sottintendere a logiche di schieramento politico).

Peraltro gli anni che vanno dal 1992 al 1994 e le ricadute che ne seguirono nel corso delle legislature successive ben si prestarono a questo genere di fuochi incrociati. Il primo episodio di sangue che contraddistingue quel periodo è l’omicidio di Salvo Lima il 12 marzo 1992, politico siciliano vicino ad Andreotti, vale a dire il politico italiano contro il quale maggiori furono le accuse di avere trattato con la mafia senza utilizzare i freni inibitori che l’etica politica avrebbe suggerito. Aver vissuto per ragioni professionali quel giorno e quella notizia dentro a un Centro studi di orientamento democristiano, sicuramente al di sopra di ogni sospetto, ma percettivo delle contraddizioni latenti tra mafia e mondo della politica, mi convinse del fatto che da quel giorno qualcosa sarebbe cambiato nella storia d’Italia.

In particolare mi resi conto che rapporti patologici tra la mafia e le istituzioni potevano riprodurre come non mai, in termini di codici d’onore mafiosi, quei legami di odio che dipendono da una delusione delle speranze e delle aspettative nei rapporti umani.
Certo, la mafia può uccidere il nemico, quello che ostacola i suoi progetti. Ma prima di farlo effettua un’accurata analisi delle conseguenze del suo crimine. Quando la mafia ucciderà Falcone e Borsellino su mandato di Riina, ci fu, al suo interno, chi ritenne che il beneficio derivante dall’avere assassinato un nemico non valesse il costo di avere scatenato le istituzioni, che non si potevano permettere uno sfregio simile, in una guerra senza tregua e senza precedenti.
Ma se l’assassinio di un nemico può essere oggetto di contenzioso, tale non può essere l’omicidio di chi la mafia ritiene infame e “crasto” (cornuto).
Colui che, spesso involontariamente, suscita speranze tradotte in voti e che invece prende, o si astiene dal prendere, decisioni che dovrebbero testimoniare della sua “amicizia”. Costui, magari inavvertitamente, nel compimento delle sue funzioni, viola così un codice non scritto che prevede la sua condanna a morte.

In quegli anni due furono le violazioni che la mafia intese come tali e che non intese tollerare, scatenando una guerra contro lo Stato che non si limitò all’uccisione di singole persone, ma che si manifestò in una serie di attentati terroristici mortali: l’incarico a Falcone, da parte del Ministro di grazia e giustizia Claudio Martelli del governo Andreotti e un provvedimento. il famoso 41 bis, che inasprì le pene del carcere per i colpevoli di reati particolarmente gravi, come i crimini mafiosi.

In entrambi i casi non mancarono le contraddizioni.
A Falcone venne addebitato, da sinistra, politici e magistrati, di essersi messo al servizio di personaggi discutibili (il “solito” Andreotti, Presidente del consiglio, ma allo stesso Martelli, successivamente, insieme ad altri, qualche mafioso attribuì la destinazione di un pacchetto di voti sospetti).
Quanto al carcere duro sancito dal 41 bis a estorcere con le sofferenze carcerarie, confessioni altrimenti non ottenibili non furono pochi coloro i quali ritennero i suoi contenuti incompatibili con la legislazione di un paese democratico.

La morte di Falcone, assieme a quella di Borsellino e ad altre numerose stragi rivendicate dalla mafia sotto il nome di “Falange armata”, contribuì a neutralizzare le polemiche su Martelli, ma in anni successivi affiorarono ancora i conflitti con l’allora ministro democristiano degli interni, Antonio Mancino, poi messo sotto accusa e ieri assolto. Certo ne venne fuori una polemica che ridimensionò la carriera politica di entrambi.
Per quanto riguarda il 41 bis invece esso costituì uno spartiacque in tutti gli schieramenti tra garantisti e forcaioli (o se preferite tra lassisti e legalitari) che non si è ancora placato.

Come dire che la mafia è dotata di sufficiente intelligenza politica, tale da scompigliare le carte in campo nemico creando divisioni che le risultano estremamente funzionali.
Ma le carte vennero scompigliate anche nel suo campo e mutarono la strategia di chi uscì vincente al termine di quegli anni.

Venne messo nell’angolo chi riteneva che ogni regolamento di conti andasse risolto con la morte del nemico, in quanto lo scorrere del sangue venne visto come un simbolo capace di agitare oltre misura lo spirito delle forze dell’ordine. E venne il tempo della mafia imprenditrice, dei colletti bianchi capaci di corrompere ovunque e di avvelenare il nostro paese senza ricorrere che in casi estremi all’omicidio. In Italia ci fu una flessione in assoluto di omicidi, soprattutto di quelli che vedevano come vittima i maschi. In compenso la mafia, meno spettacolare e forse più insidiosa, si infiltrò in tutti i gangli del sistema economico italiano e varcò i confini della penisola estendendo ovunque i suoi tentacoli.

Oggi però la sentenza dei giudici di Palermo sposta l’attenzione su altri aspetti del fenomeno. Anche se in fin dei conti sempre lì si ricasca. In quegli anni ’90 che videro la mafia farsi tanto minacciosa, violenta e intrusiva da suscitare interlocuzioni istituzionali inquietanti come mai.
A chi concesse quelle interlocuzioni sono state inferte le condanne più pesanti: a quei militari del Ros soprattutto, che a furia di vedere da vicino cosa volesse la mafia, se ne resero, secondo la sentenza di ieri, pienamente complici. Ai politici che condussero la trattativa non solo condannabile in quanto tale, visto l’interlocutore e i tempi macchiati di sangue, ma addirittura in maniera così disinvolta da generare il sospetto che la sentenza ha avallato: quello di trattare non da parte dello Stato con la mafia, ma da parte della mafia con lo Stato.

Il nome che viene maggiormente citato, tra i condannati, è quello di Dell’Utri, che diventa esplicitamente il braccio destro di Berlusconi in un’operazione di agreement con gli assassini di Falcone e di Borzellino. Le parole del pubblico ministero Di Matteo sono macigni lanciati contro una forza politica, in un momento in cui si intravvede la possibilità di una sua dissoluzione.

La battaglia è in corso. Ancora una volta la storia d’Italia viene segnata da quanto avviene nelle aule dei tribunali.