UNGHERIA: LE OPPOSIZIONI IN PIAZZA PARLANO DI BROGLI. CON QUALI PROSPETTIVE?

DI ALBERTO TAROZZI

Alcune migliaia secondo alcune agenzie di stampa non allineate, centinaia secondo la polizia. Centomila secondo gli organizzatori. Diciamo che una cifra che non si discosti troppo dalla decina di migliaia potrebbe essere presa per buona.

Questi i manifestanti di una settimana fa, soprattutto giovani e residenti a Budapest, che sono scesi in piazza per protestare denunciando brogli elettorali e chiedendo commissioni di inchiesta internazionali che indaghino sull’esito delle recenti elezioni ungheresi.

Credibilmente lontani dunque dai centomila antifascisti di gennaio, che però, nelle urne si trovarono con un pugno di mosche e con meno del 10% dei seggi in parlamento. Anzi, a dirla tutta, le cose vanno ulteriormente ridimensionate, perché nelle manifestazioni di due giorni fa sono state segnalate anche bandiere del partito Jobbik: chi sono? Si tratta di una formazione di estrema destra cui il premier Orbàn, che per la cronaca ha un passato liberal, ha tolto spazio politico, sterzando tutto a destra su terreni come migrazione, libertà di stampa e ideologia nazionalista e cristiano-integralista.

Adesso Jobbik si trova in serio imbarazzo: referenti di un elettorato di destra, perdono voti da quel versante per colpa della concorrenza del premier, ma non possono spostarsi troppo a sinistra (sarebbe meglio dire al centro) per non trovarsi senza arte né parte. Bene, anche loro in piazza per dire che ci sono schede “smarrite” “grazie” al premier. Fatti i conti viene fuori che, al momento, i parlamentari ungheresi, sono per oltre i due terzi fedeli di Orban (133 su 199). Ad essi si contrappongono un’opposizione anch’essa di destra (26 seggi) e una di sinistra (20 seggi) inconciliabili tra loro.

Che interesse avrebbe avuto Orbàn a sporcarsi le mani coi brogli, godendo di una tale maggioranza?
L’interesse esiste: avendo raggiunto sia pure per un solo voto la maggioranza dei due terzi l’ombra di Orban si proietta minacciosa sulla Costituzione ungherese col rischio di accentuarne a dismisura i caratteri liberticidi e reazionari. Di qui la richiesta di riconteggio da parte di minoranze pure se largamente sconfitte.

Quali speranze per il futuro, al di là della invalidazione dell’esito elettorale?
Se il movimento non riuscirà a prendere un respiro più ampio, accorpando con acrobazie politiche forze poco assimilabili tra di loro, c’è il rischio che tutto si risolva in una bolla di sapone.
Un segnale è stato lanciato due giorni fa da Georg Soros, grande nemico di Orbàn, dopo averlo patrocinato ai tempi degli studi universitari a Oxford, il discusso speculatore finanziario le cui mire di abbattere i confini degli stati nazionali spaziano dal sostegno alla libertà di movimento dei migranti alla meno nobile libertà di movimento per i suoi capitali finanziari e che nella crisi ucraina fu sospetto di simpatie per ambienti neonazisti, nonostante le sue origini ebree. Peraltro Orbàn ha cercato copertura dalle parti di Netanyahu, per non essere tacciato di antisemitismo.

Contro Soros inteso come simbolo del globalismo, attentatore della sovranità nazionale, islamizzatore dell’Europa cristiana, Orbàn ha impiantato parte della sua compagna elettorale, coltivando anche, lui premier di un paese membro della Nato, rapporti peccaminosi con Putin, nemico per eccellenza di Soros medesimo.

Contro i finanziamenti di Soros alle Ong che si occupano della tutela dei migranti, Orbán ha inoltre presentato in Parlamento una proposta di legge denominata Stop Soros: in essa si sostiene che le Organizzazioni non governative attive nell’assistenza ai rifugiati dovranno ricevere l’approvazione del ministero dell’Interno, che potrebbe negarla nel caso fossero considerate una “minaccia alla sicurezza nazionale”. A rincarare la dose sarebbe prevista l’introduzione di una tassa del 25 per cento sulle donazioni straniere a Ong che supportano le migrazioni in Ungheria. Chi ha orecchie per intendere intenda.

Di fronte a queste mosse Soros, sentendosi chiaramente boicottato, ha dichiarato che la sua associazione (Open Society) alzerà le tende dall’Ungheria, dove tra l’altro finanzia un’Università privata.

E se Soros alza bandiera bianca, per le opposizioni che facevano affidamento in lui resterà solo un’alternativa: tra l’arrendersi anch’esse o scegliere di camminare contando solo sulle proprie forze, nella consapevolezza che la strada da fare è ancora molto lunga e che il raggiungimento della meta non è garantito.