IL MOLISE ESISTE, COL VOLTO DI UN’ ITALIA LOCALE IGNOTO AI MEDIA

DI ALBERTO TAROZZI

A distanza di pochi giorni dalle elezioni in Molise, a dispetto dei politologi da tastiera che ci avevano inondato di immaginifiche suggestioni, abbiamo quanto meno appurato una cosa. Il Molise non è l’Ohio. Meno male; quanto meno nessuno potrà pensare che a Campobasso, città gradevolmente ventilata, ci sia un clima schifosamente umido come quello di Cleveland, descrittoci da Dan Peterson nelle sue telecronache Nba.

Altro interrogativo circolato nel web negli ultimi mesi è se il Molise esista, quesito messo in circolazione con autoironia dagli stessi molisani, con uno slogan scaramantico che auspica nascostamente un futuro dai lineamenti più forti del passato; per rimanere nelle metafore cestistiche, qualcosa come il “non abbiamo mai vinto un c***o” che ha caratterizzato per anni i tifosi della Fortitudo.

Certo il Molise è rapidamente scomparso dalle cronache a dimostrare quanto fosse strumentale alla politica preelettorale del giorno per giorno l’enfasi sulle sue qualità turistiche e gastronomiche, peraltro ragguardevoli e poco conosciute. Forse anche perché, diciamocela tutta, i profeti del giorno prima, hanno dovuto riporre nel cassetto un articolo già preparato che vedeva nel voto molisano il sigillo di un percorso “tutto previsto”.

L’articoletto non è stato buttato, c’è la possibilità che torni attuale domenica prossima, col voto in Friuli Venezia Giulia, ma una cosa è certa: domenica scorsa non si è realizzato quel sorpasso che avrebbe sbloccato la situazione delle trattative per il governo. Forza Italia ha ottenuto più voti della Lega e peraltro i 5 stelle hanno segnato una battuta di arresto. Dunque l’accoppiata Salvini-Di Maio ha visto interrompersi un magico volo che prevedeva l’assoggettamento di Berlusconi ai voleri dei leghisti, a scongiurare nuove catastrofiche (per lui) elezioni, e il conseguente governo di centrodestra + pentastellati con il Berlusca in umile e rassegnata funzione di appoggio.

Niente di tutto ciò e anzi, con l’arretramento dei 5 stelle e il mancato sorpasso di Salvini, c’è stata una batosta supplementare del Pd che pare abbia addomesticato paradossalmente gli animi di molti renziani all’ipotesi di un’entrata nel governo con Di Maio, a scongiurare quelle elezioni che li spazzerebbero via dal Parlamento.

Ma torniamo al Molise: presi dalle questioni nazionali, tutti sembrano perdere di vista le ragioni dell’imprevisto voto molisano. Peccato perché potrebbe servire di lezione a chi crede che il consenso politico derivi esclusivamente da tematiche globali, mentre nell’Italia dei mille campanili sono spesso le diatribe locali da pianerottolo a farla da padroni e ad ignorarle, buone o cattive che siano, si rischia spesso di rimetterci le penne.

Visto che vivo il (dico IL e non è un refuso) Molise da una dozzina d’anni, mi permetto allora alcune precisazioni. Il fatto che la coalizione di centro destra fosse costituita da una costellazione di piccole liste non è casuale. Alle amministrative c’è una tradizione di liste civiche locali che si apparentano con una lista “nazionale”, in Molise più forte che altrove. In realtà, del 44% dei voti che hanno fatto del centro destra la coalizione vincente su scala regionale, la metà è dovuta all’apporto di queste microrealtà e non a Forza Italia (intorno al 10%) e tanto meno alla Lega in quanto tali, anche se per tali liste è soprattutto Berlusconi il punto di riferimento.
I 5S (come peraltro la Lega) non hanno ancora maturato questa capacità di apparentamento coi gruppi locali, che aveva caratterizzato la prima repubblica e che, con l’avvento di meccanismi paramaggioritari della seconda si è mimetizzata, ma non è scomparsa.

Non a caso il Molise è stato governato, per molti anni, per il centrodestra, da un exdemocristiano di centrosinistra (Iorio). Dopo di che gli è subentrato per il centrosinistra, un exdemocristiano con una tradizione familiare di centrodestra (Di Laura Frattura). Fondamentale per entrambi l’aver saputo conquistare la fiducia di gruppi locali di identità politica sfuggente.

Quello che ha rappresentato la vulnerabilità politica di Di Laura Frattura e del Pd, secondo un’intelligente analisi preelettorale di Antonio D’Ambrosio, del Comitato per la difesa della Costituzione, è stato l’ avere a suo tempo imbarcato il voto (reversibile) di un elettorato di centro destra, che gli è poi sfuggito di mano, mentre sull’altro versante perdeva irreversibilmente l’appoggio di un elettorato di sinistra che solo parzialmente ha trovato una risposta politica in LeU. Forza Italia ha scommesso su questo aspetto della situazione, ha riportato a casa, o nelle immediate vicinanze, i voti persi qualche anno fa e ha vinto (anche nei confronti della Lega).

I 5S sono rimasti spiazzati, alle amministrative, mentre alle politiche di pochi mesi prima, avevano potuto contare anche su personalità di spicco, estranee ai giochi di potere, come il direttore uscente della direzione sanitaria locale (Luigi Di Marzio) indiscutibile paladino del sistema sanitario pubblico, che ha riportato il 44% dei voti per il senato.
Alle amministrative il gioco non è riuscito, sia per mancanze soggettive (non avere trovato personale altrettanto adeguato), sia per difficoltà oggettive (il radicamento nei gruppi di riferimento locali implica tempi superiori a quelli richiesti a una candidatura politica nazionale). Di qui il sovvertimento delle previsioni di chi, coi fattori locali, non aveva voluto fare i conti, adagiandosi su comode e fallaci analogie transoceaniche.

Il Molise esiste, può piacere o meno e può essere ben giustificata la volontà di cambiarlo. Ma finora è fatto così, nel bene e nel male, come le tante realtà semisconosciute del localismo italiano. Non volerci fare i conti può produrre amare sorprese.