LA FABBRICA DEI MANIFESTI

DI PAOLO BROGI

Atelier Populaire. Così fu ribattezzata Beaux Arts a Rue Bonaparte a Parigi, Quartiere Latino, maggio 68. Da lì sono usciti questi manifesti, la loro storia la racconto nel capitolo di “68, ce n’est qu’un début”: La fabbrica dei manifesti. Eccolo:

La Francia è piena di manifesti. I manifesti del Maggio arrivano ovunque.La rivolta è anche questo…
Tutto è iniziato l’8 maggio, quando gli architetti contestatari di Parigi hanno occupato l’ordine degli architetti. In un volantino hanno scritto: “Non aux bidonvilles, non aux villes bidon”.
Si contestano le bidonville ma anche la concezione urbanistica delle città definite “bidone”.
E’ il primo passo.
L’agitazione si allarga rapidamente e investe subito il cuore della comunicazione, insediandosi a Beaux Arts che diventa di lì a poco il quartier generale dell’espressione della rivolta non solo per la Francia ma con una capacità di contaminazione internazionale. Beaux Arts è in Rue Bonaparte tra la Chiesa di Saint Germain des Prés e la Senna, siamo nel cuore del Quartiere Latino.
Non è l’unico ambito in cui la rivolta prende carta e penna, a favorire i giovani realizzatori contribuisce anche la stessa produzione di strumenti di comunicazione che in singolare sintonia con i tempi mette a disposizione nuovi strumenti. La Sony, ad esempio, ha appena messo in circolazione nuovi apparati di ripresa video come i Betamax che sono più economici, più leggeri, più facilmente maneggiabili. La serigrafia che già esiste dal primo 900 conosce ora una nuova giovinezza e subisce un impulso formidabile, in generale si punta all’adozione di meccanismi semplificati alla portata di tutti. Gli ambiti della comunicazione vengono rivisitati ad uno ad uno, nulla resta come prima, dal teatro al cinema alla fotografia.
E’ tempo innanzi tutto di fare manifesti.
A Parigi la protesta contro l’arte borghese si sviluppa all’Ecole des Beaux Arts che il 14 maggio viene trasformata in Atelier Populaire. L’esempio viene seguito dalle Belle Arti di Lione e Marsiglia. E poi da Caen, Tolosa, Bordeaux, Montpellier…A Parigi Beaux Arts non è l’unico posto d’arte occupato, ci sono anche occupazioni “artistiche” alla facoltà di Scienze, all’Institut d’art et d’Archéologie, alla facoltà di Medicina, ad Arts Appliquées e infine ad Art Dèco. In quest’ultima sono assai attivi Pierre Bernard e François Miehe, anche lì si cominciano a fare manifesti e poster nottetempo, ma la vera fabbrica è a Beax Arts.
Da lì in due mesi di occupazione passano almeno diecimila attivisti tra artisti, studenti e curiosi. Trecento sono gli artisti veri e propri, una dozzina quella più conosciuti, Gérard Fromanger è certamente uno degli animatori più noti.
Beaux Arts sarà anche l’ultimo istituto che viene disoccupato a fine giugno, resiste fino all’ultimo.
Il baluardo viene conquistato dunque nella notte del 13 maggio. Vediamo come.
“Siamo entrati in una decina – ricorda Gérard Fromanger -. Con me c’era Eduardo Arroyo. E c’era Pierre Buraglio. Ci siamo istallati subito nel laboratorio di litografia e dopo una breve discussione abbiamo fatto un manifesto, il primo. Era scandito su tre grosse lettere U, che in verticale corrispondevano alle parole Usine Università Union. Fabbrica università unione. Abbiamo tirato una quarantina di copie di quel manifesto, che pensavamo di portare a una galleria del Quartiere Latino. Ma appena siamo usciti dal laboratorio gli studenti ci hanno quasi strappato di mano i manifesti e li hanno incollati subito sui muri. Siamo partiti così…”.
L’atelier Brianchon, epicentro della serigrafia, aveva iniziato la produzione.
La mattina del 14 maggio alle 12 c’è assemblea generale. “Chi eravamo? – ce lo spiega Fromanger -. Non molti studenti, soprattutto artisti, venivamo dal Salon de la jeune peinture, un’associazione nata nel dopoguerra. E quella mattina dopo una bella discussione abbiamo varato una piattaforma che contestava nella sua globalità l’impostazione dell’istituto rifiutando di “essere cani da guardia del sistema di produzione tecnocratico”.
Questo è il succo di un lungo testo approvato alle 12.
Due giorni dopo nel corso di una commissione sulla riforma dell’istituto creata quella mattina i partecipanti decidono di occupare i laboratori di pittura. A dare una mano c’è anche Eric Seydoux, stampatore e editore.
Dai “Cahiers de Mai”, numero 2, 1-15 luglio 1968 si apprende:
“Sulla porta viene subito affisso il cartello: Atelier Populaire oui, atelier bourgeois non (Atelier popolare sì, atelier borghese no). Il concetto viene ribadito in un volantino e in un manifesto che vengono distribuiti nei giorni successivi.
“Non volevamo modernizzare la struttura – ricordano i protagonisti -. Eravamo in lotta contro l’arte borghese e la cultura borghese”.
Il programma viene affisso all’ingresso del laboratorio. Dice: “Lavorare nel laboratorio popolare vuol dire sostenere concretamente il grande movimento dei lavoratori in sciopero che occupano le loro fabbriche contro il governo gollista antipopolare”.
Comincia un va e vieni di occupanti di altre facoltà, arrivano anche delegazioni operaie, i giovani di Beaux Arts a loro volta vanno alle fabbriche.
I progetti di manifesto, elaborati in comune, dopo una veloce analisi politica della giornata e spesso dopo discussione alle porte delle fabbriche, prendono corpo. In genere vengono proposti a fine giornata nell’assemblea generale.
Le domande sono precise: l’idea proposta è corretta? Il manifesto trasmette bene questa idea?
Approvati i progetti si passa alla produzione con le squadre di serigrafia e di litografia, che lavorano h24.
Intanto si sono formate decine di equipes di incollatori che vengono fortificate dai comitati d’azione dei quartieri e dai comitati di sciopero delle fabbriche.
Ma che aria tira dentro Beaux Arts? “All’Atelier Populaire c’è un clima di abbandono totale – è il ricordo di Merri Jolivet, che con Julio Le Parc e Guy de Rougemont è stata tra i primi ad accorrere -. Si lavora giorno e notte. La fatica non esiste, lascia il posto alla febbrilità. Forse si ha consapevolezza di vincere. Consapevolezza che “nessuno” ha mai fatto questo! Coprire i muri è come scrivere sui muri; in urgenza, come se il tempo ci fosse imposto. Domina l’invenzione e la rapidità di decisione attraverso il collettivo. L’idea della concezione, della decisione e della realizzazione è tutt’uno. E’ la forma più diretta che possono praticare i plastici”.
Il 20 maggio dopo lunga discussione vengono fissati i paletti in un lungo documento. Gli artisti si spiegano in pubblico. E questo è il prodotto teorico dell’Assemblea generale:
“Se cerchiamo di spiegarci, di comprendere ciò che abbiamo scritto sulla porta del nostro atelier, dobbiamo trarne le linee essenziali per una azione nuova. Questa frase significa che non si tratta di modernizzare, cioè di migliorare quello che già esiste. Qualsiasi miglioramento presuppone che esista già alla base qualcosa di buono e che questo debba essere cambiato. Noi siamo contro ciò che oggi è dominante. E ciò che oggi è dominante è l’arte e la cultura borghesi. Che cos’è la cultura borghese?
E’ lo strumento con il quale il potere della classe dirigente separa le masse lavoratrici dagli artisti accordando a questi ultimi una sorta di statuto privilegiato. Il privilegio chiude l’artista in una prigione invisibile. Secondo questo privilegio la cultura borghese fa credere che l’arte “ha conquistato una sua autonomia” (Malraux) e che “la libertà di creazione” è assicurata all’artista. Di conseguenza l’artista vive nella illusione di poter fare ciò che vuole, perché in definitiva deve rendere conto soltanto all’arte, e di essere il “creatore” di una cosa unica il cui valore permanente è al di là della realtà storica. In tal modo l’artista viene escluso dalla possibilità di lavorare dentro alla realtà storica ed il suo lavoro diventa irreale. Accordandogli questo statuto privilegiato la cultura borghese mette l’artista in condizione di non nuocerle e di funzionare come valvola di sicurezza della società borghese.
“Questa è la situazione di noi tutti. Siamo tutti artisti borghesi.
“E come potrebbe essere altrimenti? Ecco perché quando noi scriviamo sulla porta “Atelier populaire” noi non parliamo di miglioramento ma di cambiamento radicale di orientamento: in altre parole noi siamo decisi a cambiare il nostro ruolo nella società. Precisiamo che un più solido legame tra l’artista e le altre categorie di lavoratori non può realizzarsi con l’impiego di tecniche moderne ma soltanto con l’apertura del mondo dell’artista ai problemi degli altri lavoratori, cioè alla realtà storica del mondo in cui viviamo. Nessun professore può aiutarci a frequentare meglio questa realtà. Dobbiamo essere gli insegnanti di noi stessi.
“Questo non vuol dire che non esista un sapere oggettivo, quindi trasmissibile agli allievi, né che i professori abbiano perduto ogni utilità. Ma la loro utilità dipende dalla loro volontà di trasformarsi, di modificare radicalmente il loro ruolo nella società, di partecipare a questo lavoro di autoeducazione. Rimesso così in questione il potere educatore della borghesia, la strada sarà aperta al potere educatore del popolo”.
Nei 45 giorni di attività l’Atelier Populaire cerca di lavorare con questo spirito, producendo spesso controinformazione rispetto alle decisioni del potere, perlopiù rappresentato dal governo. Si apprende che l’Ifop (l’istituto francese per l’opinione pubblica) sta allestendo un sondaggio addomesticato? Nascono dal dibattito ipotesi di manifesto, che vengono discusse in assemblea generale. Una prevale, è quella che mostra un apriscatole Ifop che apre il cranio di un uomo.
Un altro giorno dal consiglio dei ministri esce una frase chock pronunciata dal generale De Gaulle reduce da un viaggio in Romania. De Gaulle qualifica il movimento del Maggio come “chienlit”. Il termine dispregiativo significa mascherata, disordine, caos, letteralmente è cacca a letto. De Gaulle affibbia questo termine spregiativo a ciò che in corso, scioperi, lotte, occupazioni.
La risposta è secca: la silhouette nera di una marionetta a forma del generale De Gaulle accompagnata dalla scritta “Le chienlit c’est lui” (Il caos è lui).
I giornali annunciano un insolito movimenti di carri armati intorno a Parigi?
Ecco il manifesto con la figura del tank con su scritto “Salari leggeri carri pesanti”.
La polizia entra dentro la sede della radiotv pubblica francese, l’Ortf?
Ecco l’affiche: “La polizia all’Ortf,è la polizia a casa vostra”.
A Atelier Populaire si fa anche un giornale, “Action”, il disegnatore Siné produce intanto vignette feroci sul giornale “L’Enragé”…
Sono tutt’altro che soli gli artisti di Atelier Pupulaire. Anche i grandi pittori di fama si mobilitano in quei giorni producendo manifesti in proprio che vengono venduti nelle gallerie a 10 franchi a esemplare. I proventi sono destinati all’Unef, il sindacato studentesco.
Partecipano con convinzione Pietro Cascella, Leonardo Cremonini, Sebastian Matta, Claude Bellegarde, Vladimir Velickovic, Ipousteguy…
Jean Degottex mette a disposizione le sue creazioni “Il faut du noir pour faire le rouge” e “L’infini n’a pas d’accent”.
Alcuni di loro collaborano anche con Atelier Populaire. In un appello, per la Galérie du Dragon, dicono: “Noi siamo convinti che il nostro compito non è di esporre ma di esporsi…”.
Del resto l’habitat aiuta un po’ tutti. Sui muri fioriscono pensieri arditi. Gli anonimi writers di Censier sono rimasti insuperati. “Amatevi gli uni sugli altri”, “La barricata chiude la strada ma apre la via”, “In ogni caso nessun rimorso”, “Le mozioni uccidono le emozioni” (Censier)… Non liberarmi, grazie, faccio da me (muro Parigi 68).
Claude Bellegarde porta poi i suoi manifesti alla fabbrica Nord-Aviation occupata, la mostra è organizzata dal critico d’arte Raoul-Jean Moulin.
La rivolta si esprime dunque anche con un atto comunicativo. Il più semplice possibile.
“Quando la polizia è entrata a fine giugno a Beaux Arts – spiega Fromanger – cercava i macchinari, le offset. Non immaginavano proprio come avevamo lavorato noi. E quella notte portandoci dietro l’indispensabile per serigrafare, un telaio, le luci, i diluenti e i colori, abbiamo fatto l’ultimo manifesto che è “La police s’affiche a Beaux Arts, Beaux Arts affichent dans la rue” (la polizia s’installa a Beaux arts, Beaux Arts s’installa nelle strade). Con Merri Jolivet l’abbiamo portato alla sede del partito socialista, ricordo che ci ricevette Michel Rocard…”.
Intanto però pochi giorni prima un esponente dell’Atelier, l’artista argentino Julio Le Parc, era stato espulso con altri artisti dalla Francia.
L’art engagée è dunque temibile.
Così come lo è stata la rimessa in discussione della comunicazione. Naturalmente non tutto è sbocciato all’improvviso. Già il situazionismo a partire da Strasburgo ha nel periodo immediatamente precedente il ’68 provocato apertamente con l’arte-comunicazione. E’ stato Guy Debord a mettere in discussione i modelli comunicativi. Nel ’67 esce “La società dello spettacolo”, in Italia viene tradotto nel ’68. Raoul Vaneigem annuncia il suo “Banalità di base”. Poi dagli Statyi Uniti sono arrivate le eco del Free Speech Movement californiano, con epicentro Berkeley.
In Italia il movimento nelle università ha due collocazioni di massima, le facoltà socio-umanistiche e architettura. Da entrambi questi ambienti escono fucine di immagini. E di riletture provocatorie. Little Big Horn? No, Little pop corn..
Che cosa viene messo in discussione?
Un po’ tutto lo scibile, a partire dal libro. Sui “Quaderni Piacentini” esce una requisitoria di Guido Viale che punta a far fuori i libri. E’ una provocazione ma la dice lunga sullo spirito del momento. Anche Jerry Rubin, oltreatlantico, ce l’ha assai con i libri.
Meglio la serigrafia e il ciclostile.
La serigrafia richiede poche e scarne attrezzature, un impianto a lampada, un telaio su cui spargere la gelatina, solventi e infine carta (principalmente fogli 70 per 100) e colori.
Il ciclostile, l’inglese Gestetner offre il migliore, richiede ancor di meno: la macchina imprestata all’inizio da partiti (ad esempio il Psiup), associazioni, perfino parrocchie (a Genova quella del Carmine, con don Gallo), matrici su cui comporrecon una macchina dascrivere qualunque i testi, risme di carta A4…
Siamo in un ambito di comunicazione povera, a livello dello “stampato in proprio” e del “ciclostilato in proprio”, il grado zero della comunicazione militante.
Dunque è un tabula rasa, in cui riecheggiano tutt’al più le lezioni dei manifesti russi o di Käthe Kollwitz a Berlino. L’iconografia appare decisamente semplificata, elementare, diretta, si aiuta con i colori che sono vistosi e in grado di richiamare l’attenzione. Non è tempo per sfumature, gradualità, ricercatezze.
Si evitano formalismi, a livello ultrazero il mezzo diventa ancor più elementare e si chiama tazebao, di derivazione cinese, un manifesto scritto e a volte anche disegnato, con pennarelli colorati.
Se si usano foto sono foto dei reporter, immagini della guerra in Vietnam, manifestazioni, volti di vittime. Anche qui la linea è semplificata.
Compare perfino anche qualche forma di fumetto, la lezione della Pop Art non è passata inosservata.
Fanno capolino nuovi grafici. Come Giancarlo Buonfino. I pittori si mettono a disposizione Uno è Bruno Caruso, un altro è Renato Guttuso che si fa portare dagli Uccelli a dipingere sui muri di architettura, un’opera che resta.
Si fanno avanti i fotografi, quelli già operativi come la scuola napoletana, i fratelli Sansone, Calogero Cascio, e poi Adriano Mordenti, Aldo Bonasia, Mario Dondero, Angelo Marezi, Gianfranco Torri. Uliano Lucas ha appena cominciato a scaldare i motori, Tano D’Amico scatta le prime foto ma non è ancora operativo….
“Era un grande meeting che si svolgeva in tutti i quartieri della città, con le sue assemblee, occupazioni, picchettaggi, con i cortei degli operai, degli studenti, degli immigrati- ha raccontato Uliano Lucas pubblicando nel 1973 le immagini di quel quinquennio iniziato col ’68, 350 foto selezionate tra oltre 8 mila fotogrammi scattati -. La cittadinanza ne è rimasta coinvolta, via via sempre più consapevole di essere parte integrante di un vasto movimento di massa e popolare….Tutto ciò l’ho fotografato e ora viene utilizzato per raccontare questi avvenimenti ancora così vicini e attuali. La fotografia, questo mezzo di comunicazione di massa, fino ad oggi è stata ridotta ad una funzione subalterna o di élite; l’immagine, ormai principale strumento dell’informazione, è stata ed è utilizzata dalle classi egemoni; anche nell’opera di controinformazione spesso la fotografia è stata relegata in secondo piano, non si è capita la sua funzione e il suo utilizzo”.
Ecco la foto con il cartello “D’Avack macellaio”, l’occupazione della Statale, gli operai della Pirelli, i casermoni di Quarto Oggiaro, il lavoro minorile anche a Milano, il quartiere dormitorio Sant’Ambrogio…Lucas, a Milano, scatta.
“Attenzione – avverte Mordenti, base a Roma -, c’era nei giornali già una tradizione di documentazione fotografica sociale. Il fotoreportage italiano era un punto di riferimento anche all’estero. A Stern e a Life dicevano ai loro fotografi di usare “l’occhio italiano”, così chiamavano il nostro modo di guardare le cose…”.
Le foto parlano da sole. I fotogrammi parlano come non mai, lo capiscono al volo anche i realizzatori di film e documentari. Filmano nel ’68 Marco Bellocchio (i cinegiornali del movimento), Elda Tattoli, Silvano Agosti per ore ed ore…Si registrano i dibattiti e i collettivi, Franco Coggiola dell’Istituto De Martino registra il sonoro di centinaia di ore. L’onda coinvolge il teatro, Pasquale Squitieri scrive un dramma studentesco. Negli Stati Uniti c’è il Guerrilla theatre, in Messico il Teatro de bellas artes..In Giappone ci sono cineasti di movimento come Shinsuke Ogawa. A Palermo ha messo il tendone il Living Theatre. Che stagione!

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