STORIE DI RESISTENZA

DI VALERIA CALICCHIO

Mia nonna Vincenza e i suoi fratelli avevano nel podere un mulino di pietra che moliva il grano a mano, dentro una piccola casetta. “Non volevamo pagare la tassa ai fascisti, non potevamo dargli il nostro grano. Per questo molivamo di nascosto, il nostro pane non lo hanno mangiato”. Il mio bisnonno Vincenzo era alto due metri e aveva un occhio di vetro perché un bue gliel’aveva cavato fuori mentre arava. Ma lui il sabato fascista non si toglieva il cappello e così lo picchiavano, ma non se lo tolse mai, nemmeno con il bastone. Mio nonno Luigi nel 1943 era in Grecia, si trovava lì per sbaglio. Era emigrato in Brasile fin da piccolo, tornò in Italia solo per fare il servizio militare e scoppiò la guerra. Ma lui, che era alto e bello e suonava la chitarra, l’8 settembre non scelse i tedeschi e finì in un campo di concentramento. Non gli abbiamo mai portato un fiore, non sappiamo nemmeno dov’è. Mio zio Pantaleo era in Germania, lo catturarono lì a Dresda e lo portarono in un campo. Aveva una fidanzata tedesca e la sua foto nascosta in un vecchio libro. Non volle mai parlare della guerra per tutta la vita, né del campo di concentramento né della ragazza bionda con il vestito a fiori. Solo quando stava per morire disse che la guerra era davvero una cosa brutta. Il mio 25 aprile sono loro. Io sono loro. Buona festa della Liberazione a tutti.