I DESTINI INCROCIATI DI ALBANIA E MACEDONIA NELLA LUNGA MARCIA VERSO L’EUROPA

DI ALBERTO TAROZZI

Balcani alla spicciolata: uno dopo l’altro i paesi di quel buco nero a est dell’ Adriatico, che appare estraneo alla Ue, sulle carte geografiche e non solo, vedono aprirsi le porte verso Bruxelles. Intendiamoci, un percorso lungo e accidentato, la messa in stato di aspettativa, a evitare tentazioni perverse e l’attrazione fatale di Mosca. Non molto di più. Lungo il cammino di quasi tutti i paesi trappole dai nomi diversi ma sempre insidiose.

L’apertura più recente è stata fatta dieci giorni fa dalla Rappresentante Ue (Mogherini) e dal Commissario per l’allargamento dell’Unione (Hahn) e riguarda Albania e Macedonia (che così viene chiamata solo dagli amici, che se no i greci vanno in bestia).

Solo due mesi fa era stato il turno di Serbia e Montenegro, con tanto di data in cui decidere l’adesione (2025).

Ogni Stato però ha la sua pena, ad eccezione forse del Montenegro che si è corazzato le spalle entrando nella Nato risolvendo vantaggiosamente una sua vertenza territoriale coi kosovari, lenti a capire che, quando si ha a che fare con un amico più amico di te dell’amico americano, devi abbassare i toni e le pretese.

Per la Serbia si sa invece che l’ostacolo si chiama riconoscimento del Kosovo come Stato indipendente. Un rebus da risolvere e digerire a base di perifrasi formali, come regione autogestita (il Kosovo per i serbi) o comunità autonoma (le enclave dei serbi per i kosovari). Ogni tanto ci scappano le manganellate e le conseguenti sassaiole che non si sa bene se si tratti di lapsus involontari dei servizi segreti kosovari, con tanto di rimozione immediata dei responsabili, ma per ragioni che nulla hanno a che fare con l’accaduto, oppure di operazioni ad effetto ben calcolate, con qualcuno che potrebbe soffiare sul fuoco proprio per apparire poi come pompiere.

Certo il leader albanese Edi Rama è combattuto tra due preoccupazioni in conflitto tra loro. E’ convinto, secondo alcuni, che tra albanesi e serbi sia in atto una competizione ad ostacoli in cui verrà ammesso solo il primo arrivato in quel di Bruxelles. Però sa altrettanto bene che se i dissidi tra Tirana e Belgrado dovessero farsi insidiosi la Ue potrebbe stancarsi di entrambi e chiudere la partita. Nel frattempo però ci sono altre gioie e dolori che toccano all’Albania. La gioia è dovuta al fatto che questo sì dell’Europa è stato di poco anticipato dal caloroso abbraccio del Presidente Tajani al grido di Albania nella Ue, che a stento nascondeva i business dell’imprenditoria italiana oltre Adriatico. I dolori derivano da una serie di altri fattori, interni e internazionali, di vario genere.

La questione della criminalità. della corruzione e della giustizia, che fanno dell’Albania un paese non del tutto presentabile; i buoni rapporti tradizionali con Ankara, che fruttano contributi turchi al nuovo e sontuoso aeroporto in costruzione a Tirana, ma che potrebbero irritare chi in occidente trova da ridire su Erdogan; qualche tensione nascosta anche con gli imbarazzanti cuginetti kosovari, culminati in una sassaiola bipartisan in famiglia giorni fa, quando Rama ha imposto il pagamento del transito agli automobilisti che percorrono l’autostrada Tirana Pristina. Infine non poteva mancare il solito micropresidente francese, che non appena ha saputo che l’adesione di Tirana poteva convenirci ha cominciato a storcere il naso. Peraltro con qualche ragione che a lui forse sfugge, ma non alla Merkel, memore del fatto che l’apertura a est della Ue già è iniziata con la marcia trionfale per tradursi poi in qualche caso in una marcia più lugubre.

Entusiasmo dunque in Albania, ma col freno tirato. Per Skopje (Macedonia) un responso analogo della Ue, con analogie e differenze. In fondo ha qualche significato il fatto che il passo avanti sia stato compiuto in contemporanea tra due paesi un tempo prossimi alla guerra, quanto meno per interposta persona. La Macedonia è infatti quella repubblica della ex Jugoslavia che vantava forse la minoranza albanese di più cospicue dimensioni, insediata nella regione della Tetova (non a caso prossima al Kosovo, ma anche in altri angoli del paese, compresa una discreta parte della capitale, separata dagli slavi dal fiume Vardar, il cui ponte fece a suo tempo da scenario agli scontri tra le due comunità. Avrebbe potuto essere la regione più insanguinata della zona, ma tale non fu, anche se gli scontri non mancarono. In particolare il 2011 fu segnato da una guerra interna, ma anche recentemente, tra la polizia macedone e milizie armate musulmane albanesi i morti si erano contati a decine. Pure il fuoco non era dilagato come in Bosnia a e in Kosovo perché a livello governativo si erano costituite maggioranze inclusive di entrambe le etnie in causa, slave e albanesi. Quando negli ultimi tempi il patto si era rotto e in uno dei due schieramenti in lizza non si era registrata nessuna componente albanese si era temuto il peggio. Poi dopo botte in parlamento, accuse e controaccuse di ogni genere e manifestazioni colorate alla Soros (fortemente presente in Macedonia con la sua Open Society), si era raggiunto un compromesso che aveva visto andare al governo una coalizione socialdemocratica con presidente slavo ma ben tre rappresentanze macedoni albanesi, sempre rigorosamente in lite al suo interno.

Una serie di querelle locali che in sé non costituirebbero un forte interesse per la pace nel mondo, se sotto sotto non ci fosse la collocazione geostrategica della Macedonia là dove passano e vengono progettati  oleodotti e gasdotti di grande rilevanza energetica per l’Europa.

Soprattutto la presenza di un progetto di gasdotto particolarmente gradito agli interessi di Mosca ha fatto drizzare le orecchie all’Occidente, che vorrebbe mettere sotto controllo la zona.

A ciò si aggiunga il conflitto locale con la Grecia, che non tollera il termine “Macedonia” per definire ufficialmente quello Stato, un termine che esautorerebbe la regione greca della Macedonia dall’essere unica e irripetibile, e si potrà capire come anche dalle parti di Skoplje i problemi non manchino. Al di là del vecchio conflitto con Tirana va risolto l’enigma della affidabilità dei macedoni con l ‘Occidente, non solo con la Ue. Inoltre una qualche mediazione va trovata con Atene, che finora pone il veto all’entrata dei macedoni e che richiede che la nazione venga ufficialmente definita Fyrom (impronunciabile acronimo che sta per Former Yugoslavia Republic Of Macedonia).

Se, come dice la Ue secondo il suo gergo, anche la Macedonia, come l’Albania, ha compiuto “progressi” è perché qualche contatto con Atene è in corso e perché il premier attuale (Zaev) guarda apertamente più a ovest che a est.

Morale della favola: Albania e Macedonia, un tempo ostili e incamminate su differenti percorsi oggi non sembrano particolarmente amiche, ma sembrano comunque percorrere strade che vanno nella stessa direzione, con la speranza che si incrocino a Bruxelles, nel 2025 o anni successivi, il mondo permettendo.

Passo indietro invece per la Turchia, di cui però si ignora l’interesse a entrare nella Ue fintanto che il suo starne fuori le frutta quattrini e vantaggi a destra e a manca.

Nessuno finora ha parlato di Bosnia e Kosovo, che paiono davvero gli ultimi membri della cordata, ammesso che possano essere considerati farne parte.

Forse non è estraneo alla loro esclusione il fatto di essere adeguatamente imbottiti di terroristi della Jihad in pellegrinaggio di andata e ritorno per l’Europa. Per il momento, dalle parti di Sarajevo e di Pristina il semaforo è rosso. Tanti anni di guerra e di dopoguerra pare non abbiano modificato le cose, se non in peggio.