ALFIE, NOSTRO FIGLIO

DI MAURIZIO PATRICIELLO

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Cambiano le epoche, i costumi, i gusti, i linguaggi, invariato resta il cuore dell’uomo sempre in bilico tra il desiderio di donare e di donarsi e la brama di possedere e comandare. La storia è un’ altalena. Passi da giganti fatti verso la civiltà che prevede gli stessi diritti per tutti si scontrano con tristissimi salti indietro. Siamo tanti e così diversi per cultura, età, condizioni economiche, bontà d’animo. Saremmo rimasti ad azzuffarci per l’eternità se non avessimo trovato, con fatica, il centro su cui convergere. E questo centro è la persona umana, davanti alla quale, tutti, gente semplice e potenti della terra, con grande umiltà e onestà intellettuale, debbono chinare il capo e togliersi i calzari. La persona umana deve rimanere il centro di ogni dibattito politico, di ogni riflessione filosofica e teologica, di ogni progetto di legge. Da sempre i grandi della terra debbono resistere alla tentazione di trasformare il servizio da rendere in potere da esercitare. A volte in modo dispotico. La democrazia avanza lentamente e con fatica. Chi ha di più vuole contare di più. Accade, sovente, che un reato che ieri scandalizzava gli uomini, opportunamente gestito e normato, può assurgere non solo in diritto da esercitare ma in dovere da compiere. La legge vista come un ombrello sotto il quale riparare le nostre fragilità, i nostri egoismi, i nostri interessi. A volte i nostri vizi. Le leggi le fanno gli uomini, e gli uomini sono così diversi tra loro, per cui può accadere che ciò che è legittimo e legale da noi, può essere reato altrove. Necessita per gli argomenti veramente importanti, quali il diritto alla vita e alla salute, uno sguardo globale, intelligente, buono, misericordioso, dove nessuno si erge a maestro, nessuno tenta di umiliare l’altro, nessuno pretende di avere l’ultima parola. Su tutto si può e si deve discutere. Al centro di tutto, però, deve rimanere lei, la persona umana, e la sua dignità. Soprattutto quando è più fragile, indifesa, malata, anziana. In questi ultimi anni ci siamo ritrovati spiazzati di fronte alla violenza esercitata da tanti nostri ragazzi. Addolorati e confusi ci siamo chiesti dove abbiamo sbagliato. La rabbia che dimostrano gli adolescenti nei confronti degli adulti ci lascia sgomenti. Famiglia, scuola, chiesa, mondo delle istituzioni e della politica si chiedono come porre un argine, ma non sanno da dove cominciare. Il guaio è che spesso gli adulti parlano di loro ma non parlano con loro. E loro non ci stanno. Pretendono i loro spazi, vogliono essere ascoltati, avere voce in capitolo. E noi abbiamo una sorta di paura di dare loro la parola. Come vecchi monarchi chiusi nel castello temiamo che essi mettano a repentaglio le nostre certezze, che vadano a minare le fondamenta sulle quali si regge la casa. I ragazzi ci sfidano, ma noi abbiamo timore di guardarli negli occhi e affrontare seriamente la situazione. Perché potrebbe accadere di capire che non su di loro occorre fare leva ma su noi stessi. I ragazzi bevono. E gli adulti? Quanto bevono gli adulti? Fumano? E gli adulti? Gli adolescenti vengono ingannati da quelle maledette, illogiche, menzognere macchinette mangiasoldi? Ma chi ha disseminato il territorio di queste micidiali trappole? L’educazione dei bambini chiama in causa gli adulti. Che sarebbe accaduto se, prima di staccare la spina al piccolo Alfie, la “civilissima” Inghilterra, avesse avuto il coraggio di chiedere a loro, ai bambini, ai ragazzi, agli adolescenti, ai giovani come stanno vivendo questa straziante storia di amore, di dolore, di speranza, di morte? Di certo avrebbero risposto di essere basiti per tanta caparbia ottusità e chiusura di cuore verso un piccolo malato. Se questo nostro piccolo, innocente fratellino può essere ammazzato dallo Stato solo perché malato e indifeso; se nemmeno l’amore dei suoi genitori può salvarlo da questa orripilante condanna a morte, perché poi l’ipocrita mondo degli adulti si strappa le vesti nel vedere un bullo esercitare violenza e prepotenza sul compagno più debole? E che avrà da insegnare a quel ragazzino prepotente chi oggi consente, col suo silenzio, le sue leggi, le sue omissioni la morte di Alfie? C’è una sola via per continuare a sperare in un futuro migliore ed è quella di mettere al centro di ogni discussione, di ogni decisione, di ogni progetto, di ogni legge la vita umana. Soprattutto quando è più fragile e indifesa. La vita del piccolo Alfie ha la stessa incommensurabile dignità di quella dei nipotini della regina Elisabetta. Ripetiamolo tutti. Senza stancarci e senza rassegnarci. A voce sempre più alta e sempre più convinta.