DAVID CRONENBERG, CINEMA TRA MATERIA ED INTELLETTO

DI MARIO COCO

Ogni anno la Mostra del Cinema di Venezia, autentico tempio della settima arte, riserva ai cinefili parecchie sorprese. Tra le più interessanti riguardanti la nuova edizione c’è senz’altro il Leone d’Oro alla carriera a David Cronenberg.
Quello del celebre regista canadese è sempre stato un cinema d’effetto, crudo e forte, sensazionale ed intenso, ma, se digerito per bene, capace di farci rimanere inevitabilmente colpiti dal suo particolare fascino grottesco.
La scienza, la metafisica e la filosofia nichilista sono sempre state fondamentali per la creatività di Cronenberg, tanto che negli anni ’60, prima di dedicarsi completamente al cinema, infondeva già il proprio talento nella scrittura di diversi racconti di fantascienza, la cui vena visionaria sfocerà poi nella realizzazione di cortometraggi. Il passaggio dai corti al primo lungometraggio avviene con uno dei prodotti più sperimentali di sempre, ovvero “Stereo” (1969), un film che il cineasta scrive, dirige, fotografa, produce, monta ed affida alla sola voce narrante, omettendo qualsiasi forma di dialogo. Lungo gli anni ’70 comincia ad imporre le sue opere sul mercato internazionale e a strutturare l’importanza degli effetti speciali in modo più incisivo. Sia “Il Demone sotto la pelle” (1975) che “Rabid” (1977), pellicola curiosamente influenzata dai fasti di Romero, affrontano temi, quali il contagio, l’autodistruzione e la metamorfosi corporea, che torneranno spesso in tanti suoi futuri lavori. Da intere città contaminate da morbi apocalittici ci spostiamo ben presto ai temibili e contorti sentieri del mentalismo. E’ il 1981 e “Scanners”, dopo un notevole successo cinematografico, spopolerà sulle tv private europee (in Italia venne trasmesso assiduamente su Odeon).
Non solo le messe in onda televisive, però, renderanno l’arte di Cronenberg familiare al nostro pubblico. Quando Lamberto Bava, Dario Argento e Dardano Sacchetti scrissero il secondo capitolo di “Demoni” (anno 1986, con delle giovanissime Nancy Brilli, Asia Argento e Marina Loi), si ispirarono non poco a “Videodrome” (1983), uno dei film più sorprendenti del regista canadese. In quegli anni, infatti, lo stile grottesco ed estremo di Cronenberg raggiunse un consenso popolare e commerciale altissimo, potendo contare anche sul noleggio e sulla vendita delle gloriose VHS (in Italia i suoi film venivano distribuiti dalla Avo, dalla Gala Film, dalla Vivivideo e solo negli anni ’90 dalla Filmauro).
Dalla seconda metà degli anni ’80 ad oggi il cinema di David Cronenberg è un crescendo di labirinti metafisici. Si passa dagli scenari artificiali e distruttivi di “Existenz” (1999) e del più recente “Maps of the Stars” (2014) alle turbe psichiche e sociali di “Inseparabili” (1988) e de “Il Pasto Nudo” (1991), senza scordare un perverso concentrato di sesso e di violenza dal titolo “Crash” (1996). L’apoteosi della sua filmografia sembra però essere il celeberrimo “The Fly” (1986), ispirato all’omonimo film del 1958 con Vincent Price, in cui accentua più che mai gli istinti animali insiti nell’uomo, in un’opera figlia della letteratura kafkiana e della veridicità degli effetti speciali di Chris Walas.
Nel 2018, a distanza di cinquantadue anni dal suo primo film, il Leone d’Oro alla carriera e la sua presenza a Venezia non possono che essere notizie gradite. D’altronde, ripercorrendo la sua intensa attività, capiamo sempre più di trovarci difronte ad un regista intelligente, eterno giocoliere della psiche e precursore di innumerevoli prerogative del cinema mondiale.

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